Charles Manson, storia di un killer che sognava Hollywood

Forse perché la crudeltà ha sempre esercitato una certa attrazione sulle menti più strambe o forse perché una certa esperienza di vita tragica può essere conseguenza di una pericolosa personalità, qualunque sia il motivo, Charles Manson è diventato negli anni quasi un eroe della controcultura pop americana, con la sua mimica facciale e il suo evidente carisma.

 

“Nobody/ I’m Nobody/ I’am a tramp, a bum, a hobo/ I’m a boxcar and a jug of wine/ And a straight razor, if you get too close to me.”

(Nessuno/ Non sono nessuno/ Sono un pezzente, un barbone, un vagabondo/ Sono un vagone e una brocca di vino/ e un rasoio affilato se ti avvicini troppo).

Così Charles Manson risponde a un’intervista del 1989, affermando di essere la reincarnazione di Gesù Cristo e Satana insieme, divenendo il più grande incubo dell’America e della popolazione stessa.

Ma una cosa che non tutti sanno è che il nostro spietato criminale durante gli anni di carcere, soprattutto quelli a McNeil Island, si dedica in modo ossessivo alla musica imparando a suonare la chitarra e quando esce di prigione, trova un mondoè cambiato fatto di campi di fiori e amore libero. È il 1967 e Manson si trasferisce a San Francisco, capitale delle droghe e della cultura hippie, dove riesce a fondare una sorta di comunità, riunitasi poi sotto il nome di Manson Familye trasformatasi in una vera e propria setta.Manson stabilitosi ormai a Los Angeles con l’obiettivo di riuscire a firmare un contratto discografico e diventare una rock star, è colpito dalla musica dei Beatles, guarda ai quattro ragazzi come i “Quattro Angeli dell’Apocalisse” ed è convinto che i testi delle loro canzoni siano una sorta di incoraggiamento alla battaglia finale del mondo. È attratto dall’album White Albume in particolar modo dai brani Piggies eHelter Skelterche presto diventano i moniti, o meglio la firma, per lui e la sua banda,con cui terminare due dei più grandi e sanguinari omicidi di tutti i tempi.

Grazie alla sua cerchia, Manson conosce e stringe una forte amicizia con Danny Wilson, batterista dei Beach Boys, che arriva ad incidere il suo pezzo Cease to Exist– ribattezzato NeverLearnNot To Love– e a fargli da tramite con Terry Melcher, grande produttore discografico.

Melcher inizialmente sembra appoggiare l’idea e si mostra addirittura interessato ad alcune canzoni composte da Manson, purtroppo però nulla di serio.

Manson vede davanti ai suoi occhi infrangersi l’ultimo sogno della sua vita. E questo è solo l’inizio di una tragica storia. Indovinate dove abitava in quel periodo Terry Melcher? Esatto, Cielo Drive 10050, Bel Air! Tutt’oggi non si conoscono i motivi e gli obiettivi di quell’ondata distruttiva, nonostante Charles fosse già a conoscenza del trasferimento del produttore e del nuovo proprietario della villa Roman Polanski.

 

Oggi, molti musicisti hanno tratto ispirazione dalla sua personalità e dai suoi crimini facendone addirittura un guru da seguire. Esempio è il noto cantante statunitense Marilyn Manson, che ha foggiato il suo nome d’arte unendo il nome di Marilyn Monroe e il cognome di Charles Manson. Gli Slipknot, band heavy metal, campionarono per un loro brano una frase rilasciata dallo stesso Manson che dice The wholething, I thinkit’ssick (Tutto sommato, penso che sia malato). Axl Rose che contro la volontà degli altri componenti della band inserì all’interno del loro album The spaghetti incident, la cover di una canzone scritta durante il lungo periodo di prigionia Look atyour game girl. Citato anche in Bloodbath In Paradise di Ozzy Osbourne e in Death Valley 69 dei Sonic Youth, la canzone che maggiormente rispecchia la figura di Manson è sicuramente Revolution Blues di Neil Young che aveva scorto nel nostro discreto cantautore un potenziale, ma forse troppo squilibrato.

 

Tutta la faccenda del caso Tate probabilmente deriva dalla continua frustazione accumulata negli anni a causa dell’impossibilità di sfondare nel campo della musica. Molte di quelle figure che all’epoca non avevano avuto nessun tipo di timore nel rifiutare una collaborazione, si sono sentite in colpa, una volta accaduto il misfatto, di aver innescato la miccia.

E tu, avresti il coraggio di dire a uno poco sano di mente che non può fare una cosa? Provaci…

Serena Palmese

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi