Limonata di Raymond Carver: diagramma di un lutto

 “…Secondo Jim senior bisognava risalire sempre alle prime cause, fino al primo limone coltivato sulla terra. Se non ci fossero stati limoni sulla terra, e non ci fossero stati i supermercati Safeway, be’, Jim avrebbe ancora suo figlio, no?”

Come si scrive qualcosa su un’opera perfetta?

Cosa si può dire di più profondo, bilanciato?

Quando ogni tassello è perfettamente al suo posto, una pietra levigata in modo tale da combaciare con ogni sua vicina per reggere una struttura. Una struttura gotica, alta e svettante, sottile e solida, affilata.

Che si può aggiungere su qualcosa che ha già detto tutto, esaurendo in se stessa tutto il proprio senso?

Non saprei con precisione, ma è l’incredibile capacità delle opere perfette, quella di farti emozionare così profondamente da sentire di dover dire, scrivere, analizzare.

Non posso non dire questo rumore che sento, il tonfo pieno di un sasso lanciato nell’acqua, che smuove e propaga increspature dalle mie profondità alla mia superficie. Un tonfo nell’abisso dentro me, nei miei fondali bui e algosi, attraversati da correnti fredde e impetuose.

Un tempo, a fomentare i sentimenti forti, di commozione e compassione, esisteva la tragedia. La tragedia teatrale, il romanzo tragico, il colossal epico. Storie di grandiose, mitiche gesta declamate con linguaggio alto, ricercatezze auliche, stabilendo tropi universali. Con la modernità, la tragedia ha acquisito un tono meno solenne, più concreto, si è espansa abbracciando al suo interno linguaggi, luoghi e spazi che un tempo sembravano esserle interdetti. Le infelici sorti del re Edipo sono diventate i piccoli, sciocchi intoppi del quotidiano, i protagonisti impiegati, avvocatucci, squallidi uomini dalle vite routinarie, tristi, monotone. La meschinità dell’ufficio, del matrimonio noioso, della corsa alla realizzazione professionale sono i tropi attuali, affrontanti dal romanzo realista moderno. La scrittura ha smesso di essere opulenta, arcaizzante, alta: il racconto si fa brutale, grigio, claustrofobico, talvolta volgare. Nessuno sa riempire questa “estetica del quotidiano” di poesia meglio dello scrittore americano Raymond Carver. Nessuno scrittore ci trasmette con maggior successo la tragedia dell’insignificanza, l’ansia della vita familiare, l’immobile tedio della vita contemporanea. La pazzia borghese e piccolo borghese è descritta da Carver con lucida, impassibile ironia; un’ironia che non lascia margine a sentimentalismi e pietà. Una bellissima elegia del brutto, asciutta e aspra ma al contempo soppesata, dettagliata.

Raymond Carver è lo scrittore per eccellenza, colui che sa poetare senza limite, su ogni cosa. Non a caso, il genere letterario da lui prediletto è il racconto. Breve, se possibile, che l’attenzione del lettore va colta in quel preciso istante, un fulmine fugace che squarcia il cielo improvvisamente, destando il terrore e la meraviglia, nel tempo di un attimo. Limonata e altri racconti è il titolo della raccolta di racconti brevi che custodisce e illustra nel modo più completo l’abilità e la genialità di un artista, un uomo nato per la penna. Parlare di ogni opera in essa contenuta sarebbe da tesi di laurea, da saggio di letteratura, è uno di quei casi in cui per scrivere bisogna fare una scelta, un taglio.

Carver divide il libro in quattro storie brevi e un poema, i primi tre esemplari del suo stile amaro, netto, abilissimo che viene utilizzato per narrarci tre racconti di blue-collar blues, di malinconie piccolo-borghesi, rientrando pienamente nelle sue corde.

Il poema, tuttavia, esplora e sonda, in una forma del tutto inusuale, iper-studiata, la storia di un padre dal cuore spezzato, Jim Sears. Jim Sears ha perso Jim junior, suo figlio, morto annegato in un fiume durante una gita. A Jim senior, la limonata non è mai piaciuta, ma Jim junior amava la limonata e, dunque, prima di andare al fiume, suo padre aveva comprato dei limoni e li aveva spremuti, per lui.  Aveva poi messo la limonata fresca in un thermos che avrebbe poi lasciato in macchina, una volta giunti. Dopo un po’, Jim junior, accaldato e assetato, aveva chiesto al padre di andargliela a prendere. Jim senior era tornato alla macchina per prendere la limonata, ma al suo ritorno, Jim junior non c’era più.

Suo figlio gli è stato riportato da una pinza gigante, legata a un elicottero.

Dopo aver fluttuato e volteggiato nel cielo, il corpo del bambino è stato depositato sull’erba, ai piedi del padre.

Carver ci dipinge questo straziante quadro attraverso la voce del padre di Jim, Howard Sears, mentre sostituisce il figlio – incapace di condurre una vita normale a causa del lutto – a lavoro. Non sappiamo, leggendo queste dieci pagine, cosa sia a stranirci di più: l’apparente distacco con cui la vicenda ci viene posta, come se fosse una faccenda qualsiasi, di poco conto; oppure il fatto che questa freddezza ce la fa percepire in tutta la sua insulsa, tragica ineluttabilità. Il senso della tragedia classica con i suoi personaggi-giganti, miti e personificazioni di archetipi ancestrali, la profonda sensatezza del loro dolore, incontra la sua nemesi, viene qui smantellata senza compassione, con un’empatia raggelante per questa ferita universale, mettendo l’uomo/essere umano Jim alla mercé della propria terrena, poco romantica mortalità. La trascendenza non esiste.

Il linguaggio di Carver è acido e moderno, a rima sciolta, una commistione di prosa e versi, dove spesso è impossibile distinguere l’una dagli altri, perché fluiscono insieme indefinitamente. Tutto ciò che importa è l’emozione, l’effetto finale. Il lettore, oltre a essere totalmente proiettato nel racconto, è violato nell’intimo, trascinato al di fuori della propria comfort zone, capace di comprendere ma non chiaramente.

Un’opera, come ho già detto qualche riga fa, assolutamente perfetta.

Buona lettura.

Sveva Di Palma

Se volete avere altre informazioni sulla scrittura di Raymond Carver, cliccate qui https://www.latestatamagazine.it/?s=raymond+carver

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