La moda inquina. Orange Fiber, Wine Leather e Fairtrade Gold le possibili soluzioni

L’industria della moda risulta essere la seconda più inquinante al mondo, con uno spreco d’acqua pari al 20%. Ecco alcune tra le alternative proposte.

“Come è possibile che un indumento costi meno di un panino? Come può un prodotto che deve essere seminato, cresciuto, raccolto, setacciato, filato, tagliato e cucito, lavorato, stampato, etichettato, impacchettato e trasportato costare un paio di euro? È impossibile”. Con queste parole Li Edelkoort, nel suo Anti-fashion: a Manifesto for the next decade, pone l’accento su uno dei temi più scottanti dell’industria della moda, responsabile del 20% dello spreco globale di acqua e del 10% delle emissioni di anidride carbonica, posizionandosi così al secondo posto tra i settori più tossici per l’ambiente.

Le iniziative per un mondo eco-sostenibile oggi si sprecano: dall’introduzione nei supermercati di sacchetti in plastica biodegradabile, alla decisione di vietare il consumo di alcuni prodotti in plastica entro il 2021, fino alle iniziative della giovane attivista svedese Greta Thunberg. In quest’ottica, anche il settore della moda prova a metterci del suo, cercando di farsi promotrice dell’uso di fibre eco-friendly.

È innanzitutto bene però, fare una premessa e specificare che per fibre inquinanti non si intendono soltanto quelle fibre che non sono di origine naturale, come ad esempio il nylon o il poliestere, ottenuti da materiali fossili e quindi a bassissimo grado di biodegradabilità, poiché anche fibre del tutto naturali come il cotone, la lana, la seta, la juta, possono ritenersi altamente inquinanti per l’ambiente se trattati con processi produttivi sbagliati. Coltivazioni intensive e uso di fertilizzanti danneggiano gravemente l’ambiente. Per questo motivo si è arrivati a creare un’ulteriore classificazione per la distinzione tra fibre naturali ma comunque inquinanti, e fibre naturali prodotte e lavorate invece nel rispetto dell’ambiente, come ad esempio nel caso del cotone, denominato Gots (cotone organico) o della lana New Merino, entrambe ritenute bio.

La faccenda però non si ferma qui, poiché si continuano a cercare continuamente nuove vie di produzione. Molto più spesso infatti grandi aziende decidono di usare, o meglio ri-usare tessuti, donandogli così nuova vita. Tra i tipi di tessuti più diffusi per il riciclo troviamo la lana rigenerata, così come il cotone, ma soprattutto, una grande rivoluzione sta nascendo dall’uso di riutilizzare quelli che sono i materiali di scarto agroalimentari.

In primis troviamo l’Orange Fiber, (progetto nato da due studentesse siciliane) ottenuto dal cosiddetto “pastazzo di arance”. Qui, durante il processo di lavorazione, viene estratta la cellulosa da ciò che rimane dopo la spremitura degli agrumi per produrre succhi di frutta, questa viene poi trasformata in filo per creare abiti ed accessori. Ma non finisce qui. Altre fibre utilizzabili vengono ricavate dai funghi, il cosiddetto Muskin che risulta come una finta-pelle; abbiamo poi il Pinatex, ottenuto dall’ananas, ed ancora il Wine Leather altro progetto Made in Italy. Si tratta di un tessuto 100% vegetale, ottenuto dagli scarti dell’uva dopo la pigiatura. Ed ancora la Soyebean Protein Fiber, ottenuta appunto dalla soia. Il liquido estratto dalla pianta post-oliatura viene sottoposto ad un processo di polimerizzazione e poi cotto per creare il filo. Gli scarti che ne derivano sono utilizzati come mangime, il che lo rende 100% ecologico ed ecosostenibile.

Infine la Corn Fiber, ovvero quella fibra ottenuta dallo zucchero del mais.

Ultimo punto su cui porre l’accento è poi la questione dei diritti umani: rendere una produzione sostenibile vuol dire anche renderla etica. Da questo punto di vista ad essere imputate sono soprattutto le grandi estrazioni di oro. L’oro viene estratto principalmente da rocce scavate soltanto con piccoli tunnel, spesso a rischio frane, ed estratto completamente dalla pietra attraverso l’uso di sostanze molto nocive come mercurio o cianuro. Ovviamente i minatori impiegati in questo ruolo sono al limite della povertà, senza nessun diritto che li tuteli e spesso sono addirittura bambini.

Da qualche anno è nata l’associazione Fairtrade che viene in soccorso e a tutela di questi lavoratori con alcuni Standard, ovvero norme alle quali devono attenersi tutti coloro coinvolti nella produzione e vendita dell’oro, tra queste: divieto di lavoro minorile; condizioni di lavoro che rispettino la dignità umana; pieno rispetto degli standard ambientali, come il divieto di impiegare organismi geneticamente modificati.

Attualmente l’Oro Fairtrade viene prodotto da miniere certificate del Perù, Uganda e Kenya.

Per Fairtrade Gold dunque, si intende un oro che è stato estratto, lavorato e commercializzato in pieno accordo agli Standard Fairtrade.

Carlotta Maschio

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