Ghost World

https://www.youtube.com/watch?v=6ckgyjVkx7c

La storia a fumetti di Daniel Clowes, portato sulla pellicola da Terry Zwigoff nel 2002, presenta la realtà vista dagli occhi di due adolescenti appena diplomate, della generazione X, che fanno i conti con ciò che ne sarà di loro e l’America provinciale e weird in cui sono immerse.

“Dio, non è fantastico vedere due persone bruttissime così innamorate?”

Enid Coleslaw e Becky Doppelmayer sono le protagoniste di questa visione americana della provincia noiosa ma anche originale per la quantità di persone strane che la abitano e che si lasciano fotografare dall’occhio polemico e curioso delle due giovani che devono necessariamente crescere e disfarsi di loro stesse.
Tutto quello che le circonda ristagna nell’illusione e nel ricordo degli anni ‘50 a cui si guarda con la nostalgia del non vissuto.
Il presente è tangibile ma sfuma a seconda delle situazioni e dei fantasmi che si trascinano per le strade di quella cittadina definita e imbrattata da scritte che recitano “Ghost world” segnate da un writer sfuggente come i motivi e le certezze tanto inseguiti da Enid. Lasciate quasi come l’indizio di ciò che è e che sarà, del celato mistero del nulla che aleggia nel regno suburbano e malinconico di casette a schiera e centri commerciali. Come la realtà mutevole e senza fondamenta, lei cambia look e decide di analizzare tutto quello che può essere studiato di quel microcosmo che pullula di anime caratterizzate da stereotipi, vizi e virtù. Tutti sembrano personaggi di cui ci importerebbe qualcosa, suscitano ironia, imbarazzo ma anche quella compassione che scalfisce la presunta durezza delle due amiche che rifiutano tutto, con originale cinismo e sentimenti plastici, per non ammetterlo.
L’estate mortifera, i rapporti controversi, la paura di crescere e di omologarsi alla massa, i ricordi che scorrono sui vinili vengono rappresentati in vignette ben definite attraverso il rapporto di queste teenager, i loro dialoghi veloci e ricchi di pop generazionale, gossip assurdi e i drammi di un’America in cui pur di apparire ci si mette a difendere pedofili. Il tratto quasi grottesco sia dei disegni che della filosofia di quest’opera ricalcano la triste verità: fingere in questa società distorta è un modo per sopravvivere.
Alla fine dei conti questo è un racconto di deformazione, disgregazione prima immaginata poi avuta, quando i rapporti finiscono in quel baratro ossidato di messinscena della vita adulta, risucchiati dalla morbosità dei giorni che passano in un lampo e che non vengono restituiti. Surreale però è il modo di opporsi.
La fermata deviata dell’autobus dove il vecchio “Norman” attende inutilmente da cinque anni, Bob Skeetes e l’uomo dei graffiti, sono i punti di fuga da ciò che si vede a cui Enid si aggrapperà per uscire da quello che (forse) non vuole.
Come sempre tutto è in bilico sulla linea dell’incertezza.

Maria Cristiana Grimaldi

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