Varsavia, una città combattuta

Visitare Varsavia vuol dire fronteggiare la sua storia del secolo scorso. A prima vista il livello architettonico non è quello di altre capitali europee, difatti non è per questo che è conosciuta. Varsavia è tristemente nota per il suo ruolo nel secondo conflitto mondiale.

La città fu completamente rasa al suolo nel 1944 a opera dei tedeschi, dopo aver fatto uscire a piedi la popolazione dalla città. Le testimonianze della guerriglia urbana che caratterizzò la resistenza cittadina sono esposte al Muzeum Powstanie Warszawskiego, il museo dell’insurrezione di Varsavia, situato in una ex fabbrica, la cui visita può impressionare ma fornisce un’idea concreta di quella che era la condizione di quegli anni: le strade e i parchi divennero trincee improvvisate, i boyscout consegnavano la posta e le comunicazioni sfruttando i cunicoli delle fognature. Agli angoli di molte strade e in tutte le chiese e piazze è possibile leggere i nomi dei battaglioni della AK, l’Armia Krajowa, che hanno nomi di oggetti di uso quotidiano: Parasol, ovvero “ombrello”, e altri battaglioni combatterono duramente per due mesi con provviste e forniture che sarebbero dovute bastare per tre giorni. Se doveste capitare in città il primo agosto, assisterete alle celebrazioni di commemorazione dell’insurrezione di Varsavia: alle 17 la città si ferma, suonano le sirene delle fabbriche, nei parchi e nelle piazze la popolazione si raduna per celebrare l’ora X, l’orario in cui nel 1944 i cittadini polacchi insorsero cogliendo di sorpresa la guarnigione tedesca.

La città fu ricostruita dalla vicina URSS, nello stile grigio e squallido che la caratterizzava. Oggi quei palazzoni di cemento hanno un altro volto, non solo per i colori accesi con cui sono stati ridipinti, ma perché simbolo di quell’orgoglio che ha permesso ai polacchi di non piegarsi al governo impostogli. Il movimento di Solidarność, infatti, si palesò come un barlume di speranza, ma portò all’instaurazione dello stato di guerra nel giro di una notte: i cittadini si svegliarono senza linea telefonica, con soldati col mitra spianato agli angoli delle strade e l’imposizione del coprifuoco. Nonostante questo, il movimento, affiancandosi all’opposizione clandestina, riuscì in pochi anni a sovvertire l’andazzo e a liberare la Polonia dall’influenza comunista. Da quel momento il Paese ha conosciuto una ripresa economica che gli ha permesso in pochi anni di eguagliare i Paesi europei e l’essenza della resistenza è racchiusa nell’orgoglio con cui, posti davanti a una scelta, i polacchi sono soliti dirsi: «Ora siamo un Paese libero».

La strada più bella è sicuramente Nowy Świat che diventa Krakowskie Przedmieście avvicinandosi a Plac Zamkowy; qui affacciano le maggiori università e il palazzo presidenziale, luogo di proteste e manifestazioni da due anni a questa parte. Negli ultimissimi anni è stato notevolmente rivalutato il lungofiume con la costruzione di una passeggiata, affollata notte e giorno di giovani e meno giovani. Il fine settimana è meta fissa degli amanti dello street food, ma quotidianamente è frequentata da skaters, ciclisti e famiglie in rollerblades, oltre che da scolaresche e curiosi che si recano al museo della scienza. Lo skyline è dominato dal Pałac Kultury, il palazzo della cultura, un enorme blocco scuro costruito dai russi e leggendario per i suoi meandri e corridoi infiniti. Al suo interno hanno sede un’università, innumerevoli uffici pubblici e non, due teatri e una piscina. Da qui si arriva facilmente a Stary Miasto, il centro storico che è stato ricostruito sulla base delle immagini precedenti la distruzione della città: la colonna di Sigismondo troneggia al centro di Plac Zamkowy, da cui è possibile ammirare la Vistola fino al moderno stadio costruito per gli Europei di calcio del 2014. Il castello è tutt’oggi visitabile, pur non eguagliando la residenza reale di Cracovia, Wawel. Il centro è un intricato disegno di stradine costeggiate da case colorate, dove i negozi di ambra e di ceramiche tipiche si alternano a bar e ristoranti. Molto in voga sono i bar mleczny, letteralmente “bar di latte”, che durante il periodo comunista costituivano il luogo più vicino a una tavola calda che ci fosse. Si mangiavano principalmente zuppe a base di uova e formaggio, crepes e pierogi, ovviamente non saporiti come quelli serviti oggi. Zuppe di verdure e carne costituiscono i pasti principali, affiancati da patate e pesci di acqua dolce. È d’obbligo un assaggio di vodka, punto di forza della cultura polacca.

Non può mancare una visita al parco: la città è punteggiata di distese verdi talmente grandi che per il silenzio che vi regna è possibile dimenticare di trovarsi al centro di una capitale europea; quasi tutti erano tenute di caccia, e dagli animali che vi si cacciavano hanno preso il nome: eccoci quindi passeggiare per Kròlikarnia, dove talvolta qualche leprotto spavaldo può tagliarvi la strada mentre fate jogging. Attenzione però a non camminare sulle piste ciclabili: i polacchi sono molto sportivi e la bicicletta è uno dei loro mezzi di trasporto preferiti per evitare il traffico, motivo per cui è meglio lasciare libera la carreggiata per non suscitare l’irritazione di un ciclista che sfreccia a tutta velocità.

Passeggiando per i quartieri residenziali potreste imbattervi in qualche casa mal ridotta; non si tratta di trascuratezza, ma di un monumento alla resistenza polacca: infatti, i pochi mozziconi di mura che ancora potevano essere considerati abitazioni dopo il passaggio dei tedeschi sono stati ricostruiti ma non riparati, e con i fori delle mitragliatrici sono il fiero simbolo della resistenza polacca.

Marta Maresca

 

 

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