L’apparizione di Frida, e altre storie di Realismo Rivoluzionario

“Sempre rivoluzionaria. Mai morta. Mai inutile”. Frida Khalo nacque il 6 luglio del 1907, ma ha sempre indicato la sua vera data di nascita nel 7 luglio 1910 – la data d’inizio della rivoluzione messicana –, così che la sua vita potesse correre in parallelo con quella del nuovo Messico. Questo era Frida, un ritratto del mondo esteriore sputato all’inverso, tradotto dalla sua interiorità nel suo realismo rivoluzionario, come amava definire il suo stile.

E rivoluzionaria, Frida, lo fu fin dall’inizio. Quando ripenso alla mia poco meno che disastrosa carriera scolastica, mi consolo pensando che alla pasionaria messicana non sia andata poi tanto meglio. Nel suo My art, My life: An Autobiography, Diego Rivera ricorda la prima volta che sentì pronunciare il nome “Frida Khalo”: lo sentì da un caro amico, Preside della National Preparatory School che frequentava Frida, che gli disse che la ragazza era a capo “di una banda di giovani delinquentelle”, e gli confessò anche che aveva addirittura pensato di ritirarsi a causa dell’immensa frustrazione che gli procuravano le sue malefatte.

Lei e Diego s’incrociarono per la prima volta nel 1922, al Bolivar Auditorium di Città del Messico, dove lui stava lavorando a Creation, il suo primo significativo murales: “Mentre stavo dipingendo, ho sentito provenire da dietro una delle colonne della stanza assai spaziosa, una voce di donna, senza corpo: “In guardia, Diego, Nahui sta arrivando!”, diceva. Nahui era una pittrice indiana molto talentuosa che stava posando per una parte del murales”. La voce scorporata continuò a prendere in giro Rivera finché una notte non si rivelò in tutta la malizia della sua carne sedicenne: mentre il pittore e sua moglie Gudalupe Lupe Marìn erano al lavoro, una porta si aprì sbattendo violentemente ed una ragazzina sui sedici anni irruppe nell’Auditorium, si piazzò di fronte Diego e chiese: “Le crea qualche fastidio, se l’osservo?”, e senza aspettare risposta Frida si piazzò sotto di loro. Lo guardò dipingere così insistentemente da provocare un’insensata gelosia in Lupe, che la insultò violentemente, salvo constatare che la sedicenne non faceva una piega. La rabbia le scivolò in una risata d’ammirazione: “Ma guarda questa ragazzina, piccola com’è, non si fa spaventare da una donna grande e grossa come me… Mi piace!”.

Frida e Diego si rivedranno solo anni più tardi, quando lei, con la stessa prepotenza e la stessa rivoluzionaria malizia, gli imporrà di lasciare immediatamente il suo studio per venire a dare un’occhiata ai suoi dipinti: “Ascolta – Rivera ricorda che gli disse una Frida diciottenne – Non sono qui per divertimento, io devo lavorare per vivere. Ho dipinto qualche quadro e mi serve la tua opinione professionale, perché non posso continuare solo per dar credito alla mia vanità. Ho bisogno di sapere se sono buoni”. Fu subito smosso da un’ondata di ammirazione per quella giovane donna, ammirazione che crebbe quando lei gli mostrò i suoi lavori.

“Non importa quanta fatica ti costi, non smettere di dipingere”, le disse infine. E forse è proprio vero che ciò che facciamo riflette ciò che siamo, perché a Diego Rivera non bastò che un’occhiata ai suoi dipinti per innamorarsi perdutamente di lei, di Frida Khalo, vent’anni più giovane di lui, bisessuale e appena maggiorenne: “Lo immaginavo appena, allora, ma Frida era già diventata la cosa più importante che mi sia mai successa nella vita. E avrebbe continuato ad esserlo, fino al giorno della sua morte, ventisette anni dopo”.
Si sposarono nel 1929. Lei aveva 22 anni, lui 42, ma entrambi dichiararono a più riprese di non aver mai trovato il fatto troppo strano. Anche dell’amore, dopotutto, Frida aveva una visione rivoluzionaria, e ce l’aveva da ben prima che le relazioni aperte diventassero una moda. Per lei, apertamente bisessuale in un’epoca in cui i gay pride non si sognavano nemmeno, una delle storie più intense, parallela al matrimonio, fu quella con la cantante, ballerina e attrice francese Josephine Baker. Anni più tardi, si appassionerà alla politica e si dichiarerà comunista dopo aver conosciuto e amato Leon Trotsky, in esilio in Sud America, a cui dedicherà febbrili pagine di diario: “Sono solo una cellula in questo complesso meccanismo rivoluzionario che sono i Popoli che lottano per la pace… Uniti a me nel sangue!”.
Tuttavia, possiamo dirlo?, fu fedele a Diego, all’amore della sua vita, per un trentennio quasi. Ma di una fedeltà di carta, che si esprime tutta nella bellezza esclusiva delle lettere che gli scrisse per tutta la vita, anche quando furono lontani, separati dai chilometri e dai tanti cuori che si sovrapposero ai loro, senza mai riuscire, comunque, a obliarli:

“Forse ci si aspetterebbe che mi lamentassi di tutto quello che ho dovuto soffrire per vivere con un uomo come Diego; ma io non credo che le sponde di un fiume soffrano perché lasciano scorrere il fiume, né che la terra soffra a causa della pioggia, o che l’atomo soffra nel lasciar andare la sua energia. Nel mio modo di pensare, tutto nella vita ha la sua compensazione. Diego è stato la mia”.

Marzia Figliolia

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