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Piccole grandi bugie

A metà strada tra i segreti e gli intrecci delle casalinghe disperate di Wisteria Lane, strizzando l’occhio alla fotografia, al montaggio e all’introspezione dai toni polizieschi di True Detective, c’è questo piccolo gioiellino che affaccia sull’Oceano Pacifico: Big Little Lies.

Tratta dall’omonimo romanzo dell’autrice Liane Moriarty, questa miniserie di sette episodi è molto più di quello che sembra. Il cast femminile eccezionale, da Nicole Kidman e Reese Witherspoon, passando per Shailene Woodley a Laura Dern e Zoe Kravitz, permette ai personaggi di essere interpretati nel migliore dei modi.
Non è semplice mettere in scena la normalità, soprattutto quella delle donne, madri, casalinghe, lavoratrici, mogli, single, che portano avanti la loro crociata, ognuna a modo proprio, cercando di non appassire nella mediocrità dei giorni tutti uguali, con i loro ostacoli che non possono essere evitati ma solo allontanati per un breve periodo finché la musica non finisce e il rumore dei piatti che si infrangono sul pavimento torna incessante.

In questo contesto borghese e perbenista colorato dai torni freddi dell’oceano, dove la scuola rappresenta il punto di incontro di tanti modi di pensare, e in particolare di quelli dei genitori, che si scontrano e si alleano in nome di ciò che ritengono giusto, proteggere i propri figli è l’unica cosa che conta. È una giungla in cui le leonesse mettono da parte i leoni e si fiutano tra di loro, spesso azzannandosi quando un cucciolo sembra in pericolo. E il sangue non tarda ad arrivare. Qui niente sarà più lo stesso perché la cornice che racchiude la storia ci mette di fronte un omicidio, a cui si arriverà narrando gli antefatti, fino a chiudere il cerchio della trama, portandoci a sospettare di tutti attraverso focus che indagano possibili motivazioni e sospetti.

A introdurre le scene e le storie ci penseranno i testimoni interrogati dalla polizia; le loro deposizioni saranno i pretesti, da prendere sul serio o meno, che ci consentiranno di entrare nelle vite di queste donne, nelle loro case, nei loro ambienti intimi, soprattutto in certi ricordi dolorosi. Ciò che spiegano quelli che stanno intorno è il loro punto di vista dozzinale, quello di uno spettatore esterno che non ha la minima idea della verità dei fatti, e vuole farsi interprete delle ombre sulla parete attraverso insinuazioni. Nessuno può conoscere l’intimità o la violenza che si nasconde nei nuclei familiari. Le pareti sono costruzioni insonorizzate che lasciano all’interno i segreti dai quali si scappa attraverso le finestre, ma sotto di esse, sotto le scogliere frastagliate di Monterey, c’è l’oceano profondo e freddo, scuro come il futuro di chi vive insieme al suo incubo, come certi lividi che non spariscono mai perché non c’è trucco che tenga.
L’affacciarsi bruscamente su questa distesa di acqua tormentata che colpisce, punendola, la spiaggia, sui suoi scogli che fuoriescono come lame pronte ad accoglierti, è un modo per ricordarsi di essere ancora in vita, di poter agire. Ancora una volta, la morte è il pretesto per la vita, ma soprattutto per certe amicizie che rivendicano la solidarietà femminile, l’unione di sentimenti addolorati che trovano un accordo comune nella società, nella giungla dove si lotta per la sopravvivenza.

di Maria Cristiana Grimaldi

La Redazione

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