Lost in Lost: viaggio nel più grande labirinto filosofico mai portato in tv

di Marzia Figliolia

Ci penso da anni: da quando l’ultima puntata è andata in onda, nell’ormai perduto 2010, mi chiedo quale sia stato il reale motivo che ha fatto di me un’appassionata quasi patologica di una serie tv come Lost. Qual era il suo segreto, quali sentimenti ha smosso per avermi affondato i denti così in profondità nel cervello? Ebbene, sono anni che ci penso, e forse la mia risposta è una domanda. Da fare a voi:

Vi siete mai sentiti perduti? O, meglio: cosa avete provato, quando è successo? Perché lo siete stati. Tutti, prima o poi, abbiamo perso il filo di qualcosa: del discorso, della storia, della strada di casa, della vita. È solo un’esagerazione televisiva che i nostri personaggi si siano smarriti su un’isola deserta letteralmente; ma la metafora, prima o poi, colpisce tutti.

Lost ci porta dentro la metafora. E lo fa così bene che tutta la filosofia che avevamo trovato barbosa nei libri del liceo e dell’università, improvvisamente ci fa saltare dalla sedia, appassiona, emoziona, è viva. Di più: è la vita stessa. È come si sceglie di vivere e morire.

O, forse, come non si sceglie affatto: perché tutto ciò che facciamo è già stato scritto.

La prima cosa che dobbiamo capire, approcciandoci a Lost, è che il diavolo è nei dettagli. Come i nomi dei personaggi, nulla è lasciato al caso sebbene tutto lo sembri: che il padre di Jack si chiami proprio Christian Shepard (letteralmente “il Pastore di Cristo”) e che l’intera serie cominci proprio appena dopo la sua morte, è una gigantesca metafora, la dichiarazione iniziale da cui irradia ogni conseguenza – come Nietsche, J.J. Abrams c’informa che Dio è morto, e non esiste altro che l’uomo perduto su un’isola deserta.

Un’isola deserta dove i nostri umanissimi eroi sono catapultati all’improvviso, senza alcuna spiegazione e nessun apparente motivo, senza poterne uscire, perduti alla ricerca di un significato che mostri loro il perché, se esiste ed è possibile trovarlo… Vi suona familiare? È esattamente quello che succede nella vita. Ecco, siamo ormai nella tana del Bianconiglio.

E, intanto, su quest’isola, nella vita, bisogna pur sempre scegliere cosa fare. E questo dipende, in larga parte, dalle proprie visioni filosofiche – quelle che, nella serie, sono principalmente esposte dalle parole e dalle scelte di tre personaggi: Jack Shepard, John Locke, Sawyer.

John Locke è convinto di essere capitato sull’isola per una ragione ben precisa. È sereno nella sua fede che, in un modo o nell’altro, tutto prenderà senso. La sua fiducia non è riposta in Dio – Christian Shepard è morto anche per lui, dopotutto – ma nel concetto altrettanto pietrificato di destino, che lo solleva dalla responsabilità delle sue azioni, determinate e inevitabili. Locke, unico a non voler lasciare l’isola, con la sua ricerca di segni e simboli al di sopra di ogni ragione e logica, rappresenta l’uomo di fede.

Jack, dal canto suo, è un uomo di scienza, per il quale le convinzioni di Locke sono solo le farneticazioni di un folle. Eppure, anche la sua è una fede incrollabile, spesso illogica, sconfinata tanto da meritare ogni sacrificio: ciò in cui crede Jack è l’uomo.Ma non l’uomo solo:la comunità. Il desiderio di tenere insieme la comunità è l’ingranaggio che muove le sue azioni, ognuna delle quali può fare la differenza perché, nella sua visione, nulla è già stato scritto.

All’altro estremo c’è Sawyer, “l’uomo per sé”, per il quale non esiste alcuno schema superiore, alcun obiettivo, alcun significato al di fuori della propria sopravvivenza. Il suo è il nichilismo che annulla la fede di Locke e l’individualismo che sbugiarda Jack: la vita, lungi dall’avere alcuna importanza, non è qualcosa di cui bisogna godere, ma un campo di battaglia sul quale il forte resiste a spese delle debolezze altrui.

Il dramma di Lost è quello del libero arbitrio, è una domanda che resta acquattata dietro sei stagioni: quanto siamo liberi di decidere la nostra vita? La risposta che Abrams si piega a darci, alla fine, sembra essere: molto poco, ma non è affatto un dramma. Se nemmeno lo scoppio di una bomba può fare la minima differenza, in un finale che esplode in tutto il suo potere metaforico, la vera espiazione è scoprire che esiste una conciliazione tra le visioni antitetiche della fede e della ragione; che, seppure non è possibile dominare il corso della propria storia, nondimeno siamo un fiume che ha bisogno di affluenti, e le relazioni che stringiamo nella vita sono così necessarie da essere l’unica cosa a sopravvivere a tutto: all’isola, all’inspiegabile, alla vita stessa.

La lotta è la vita, anche se tutto è già stato scritto. E, alla fine della lotta, ritrovare gli alleati, assolversi e, finalmente, arrendersi per poter andare oltre. Dove, chissà se è scritto. Sicuramente, però, ci sarà una bella luce.

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