Non chiamatelo “Maestro dell’horror”

di Federico Mangione

«Anche se girassi un film su Cenerentola, il pubblico cercherebbe qualche cadavere nella carrozza.»

Alfred Hitchcock

Chi dice che i registi sono buoni per tutte le stagioni? In questa rubrica mensile delineerò dodici profili per dodici registi, assegnandone tre ad ogni stagione.

Il secondo profilo invernale, per gennaio, è quello di Alfred Hitchcock.

BIO. Sir. Alfred Hitchcock nasce a Londra il 13 agosto del 1899. Appassionatosi fin da bambino al teatro grazie alla famiglia, ben presto rivolge le sue attenzioni al cinema, in una Londra in cui il biglietto per una proiezione costava decisamente meno di una poltrona a teatro. Dopo la morte del padre nel 1914, rimasto sostanzialmente povero, comincia a lavorare alla Henley Telegraph & Cable Company, prima di approdare a ventuno anni nel mondo del cinema alla Famous Players-Lasky-Studios – la futura Paramount – e in seguito alla Gainsborough Pictures, svolgendo i ruoli più disparati, dall’aiuto-regia, alla creazione dei titoli e delle didascalie per i film muti, al montaggio. Prima del debutto da regista, collabora con cineasti del calibro di Murnau e Lang. Debutto che arriva con Il labirinto delle passioni, il primo film di quello che è definito “periodo britannico”, che durerà fino al 1940, in cui il regista comincerà a delineare il suo stile.

È, però, con il “periodo americano” che Hitchcock perfeziona il suo modo di fare film, passando dalla “sensazione del cinema” alla “formazione delle idee”, come lui stesso afferma. Sono di questo periodo tutti i suoi capolavori, quelli che hanno segnato un’epoca e cambiato la storia del cinema.

STILE. Alfred Hitchcock non è il maestro dell’horror, ma del brivido. È importante sottolineare questa differenza poiché, mentre l’horror è un qualcosa che ti terrorizza lì sul momento e d’improvviso e riguarda situazioni fuori dalla realtà, ciò che il regista britannico fa nei suoi film è puntare sulle psicosi dei suoi personaggi per creare uno stato di disagio persistente nello spettatore che durerà ben oltre la fine del film: dal monologo interiore di Norman in Psycho, alla scena dell’auto ne Gli uccelli, il maestro riesce a provocare, appunto, un brivido gelido, creando situazioni che, nonostante siano inverosimili, portano lo spettatore a credere che possano accadergli realmente. Ma il cinema di Hitchcock non è solo brivido. Stilisticamente, conia la tecnica dell’occhio-schermo, in cui lo spettatore si trova ad essere osservatore privilegiato di un’azione quasi teatrale, come, però, se la stesse spiando – l’esempio più evidente si ha in La finestra sul cortile. L’azione è sempre curata nel minimo dettaglio e non lascia spazio all’improvvisazione. L’invenzione scenica più importante del regista – che nel corso dei suoi film ne ha messe a punto parecchie – è, sicuramente, il macguffin, che sta ad indicare un mezzo che serve a dare all’azione del film il proprio scopo. Non è assolutamente rilevante la natura dell’oggetto, ma l’effetto che provoca sui personaggi del film, che, grazie ad esso, possono quindi mettere in moto la trama. Riassumere in poche righe lo stile cinematografico di Alfred Hitchcock è impresa ardua, basti sapere che i temi trattati sono i più disparati, con, al centro, sempre un intrigo a muovere il film, attorno al quale si intrecciano situazioni psicologiche che indagano e mostrano i conflitti umani, senza mai far mancare una buona dose di umorismo.

IL FILM. Una delle pellicole più famose del cineasta londinese è Psycho, uscito nel 1960 e interpretato da Janet Leigh, Anthony Perkins, John Gavin e Vera Miles. Si può tranquillamente affermare che il film rappresenti uno dei capostipiti di quello che oggi viene chiamato “thriller psicologico”, poiché parla di un apparentemente tranquillo locandiere, Norman Bates, che si scopre essere l’assassino della madre di cui, in preda alla schizofrenia, assume la personalità. L’input che porta la protagonista, Marion, all’hotel di Norman è una busta piena di soldi che la donna sottrae al proprio capo e con cui vuole scappare per costruire una nuova vita insieme a Sam, il suo amante. Ci troviamo di fronte all’espediente del macguffin: la busta, infatti, è il motore dell’azione, ma di lei si perdono subito le tracce e non se ne saprà più nulla, né costituirà un movente per ciò che accade nell’albergo.

Disegno di Alberto De Vivo Piscitelli 

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