Midnight in 20’s

di Federico Mangione

Premio Oscar alla miglior sceneggiatura originale nel 2011, Midnight in Paris rappresenta non solo un inno alla capitale francese ma anche un elogio dell’ossessione: quella di Woody Allen – protagonista del film, poi spiegherò come – per gli anni Venti e i principali esponenti della loro produzione culturale. Da Ernest Hemingway a Picasso, da Gertrude Stein a Salvador Dalì, fino a Zelda e Scott Fitzgerald, quella del regista newyorkese non è semplice ammirazione verso quel periodo, ma un vero e proprio tormento: una di quelle manie a cui Woody ci ha abituato.

Siamo tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta quando Woody Allen inizia a scrivere una serie di racconti che racchiuderà in una raccolta dal titolo Getting Even, tradotta nel 1973 in Italiano e pubblicata con il titolo Saperla lunga, preceduta da una prefazione di Umberto Eco. Al suo interno, tra una serie di pagine di diario, liste e pseudo-copioni, quello che colpisce forse maggiormente è il racconto Memorie degli anni Venti, in cui Allen racconta la sua frequentazione con Hemingway, Gertrude Stein, i Fitzgerald, Picasso e Dalì.

È questo racconto che possiamo identificare come l’antefatto di uno dei suoi film più belli: Midnight in Paris. Ambientato nella Parigi dei giorni nostri, racconta la storia di Gill, che rappresenta il vero Woody in una sorta di autobiografia e in tutto il suo splendore, che ogni sera, a mezzanotte, si ritrova catapultato negli anni Venti.

In una successione di eventi a pathos crescente, il protagonista si rende conto, alla fine, che, sì, gli anni Venti sono un periodo che continuerà ad amare alla follia, ma che vale la pena di vivere anche i giorni nostri, conservando lo stupore e la meraviglia del pensiero di quegli anni passati.

Il film è un elogio dell’ossessione e, allo stesso tempo, un manifesto, a parer mio, del disincantamento weberiano: la storia di un uomo che guarda alla vita con incanto e stupore, in una cornice troppo pragmatica e austera.

Come abbiamo visto, il richiamo ai personaggi degli anni Venti è una presenza piuttosto costante nei lavori del cineasta. Non solo il racconto o Midnight in Paris, addirittura, in Manhattan, l’attrice che interpreta la sua giovane, giovanissima, fidanzata Tracy è niente meno che Mariel Hemingway, la nipote proprio di Ernest.

Mi chiedo come si possa non amare una persona del genere. Quarant’anni di psicanalisi che probabilmente non hanno giovato alla sua quiete psichica, ma che hanno, invece, scatenato una serie di complessi ed ossessioni che il regista ha saputo incanalare ed esprimere attraverso la penna e l’obiettivo, sfornando opere d’arte a raffica che lo rendono un’icona indistruttibile del cinema americano e mondiale. Alla faccia di tutti gli iconoclasti, Woody Allen ha smontato e rimontato a casaccio – in senso positivo – la sua mente, catapultandoci dentro di essa e dentro le sue mille ossessioni.

 

disegno di Leonardo Batista

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