‘A nucellara

“Spassateve ‘o tiempo! Nocelle ‘nfornate, cicere e semmente!”

Poco importa il nome scelto per riferirti a lei, che non ne aveva uno. Fosse stato Gnesella, Ngiulina, Ninuccia, Briceta o semplicemente Nocelle, lei sarebbe stata pronta a risponderti con un sorriso, rumoreggiando sugli zoccoli spessi e pronta a venderti le sue delizie.

La nocellara circolava per Napoli durante la bella stagione. Vendeva nocciole fresche, le cosiddette nucelle ‘e san Giuvanne, di cui solo lei conosceva il dolce inganno. Non fatevi illudere dal loro aspetto invitante: le nocciole, avvolte dal loro manto verde, tre volte su cinque sono vuote. Se il frutto c’è, non lo si può sapere finché non la si libera dal guscio in cui è nascosto. Sgusciarle è sempre una sorpresa, positivo o negativo che sia l’esito.

Non sempre il buon vento tirava verso il cesto della nocellara. La giovincella si vedeva talvolta costretta a rimediare alla scarsità di mercanzia e, da napoletana per eccellenza, si arrangiava. Passava così alla vendita delle gelse, che però non bastavano da sole a compensare l’assenza di nocciole fresche. Via libera dunque a ceci, semi di zucca e fave, il tutto rigorosamente passato per il forno e poi trasportato grazie a un paniere oblungo e ovale diviso in sezioni da rigide pezzuole di tela di lino.

E così carica di merce, passeggiava per le stradine e i vicoli di Napoli annunciando il suo arrivo, punzecchiata da commenti sgraditi e occhiate maliziose.

 

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