Versace – Michael Kors: tracce di un funerale sbagliato

di Federica Di Nunzio

Non si tratta certo del primo caso di casa di vendita di brand di moda italiani venduti all’estero. Vantiamo già di una vasta sfilza tra Gucci, Bottega Veneta, Brioni e Pomellato ormai di proprietà Kering; poi Bulgari, Acqua di Parma, Fendi, Loro Piana e Pucci del gruppo LVMH e ancora Valentino ormai di possesso della società finanziaria Mayhoola for Investment del Qatar dal 2012 per 700 milioni di euro.

Versace ha pesato invece ben 2 miliardi di dollari, un’importante partnership tra il know-how dell’e-commerce e importanti punti vendita e la notorietà di un marchio Made in Italy. Ed è proprio un sentimento di gelosia estrema che è risentito da molti, l’abbandono di un ennesimo look italiano. La cara Donatella si difende a tal proposito sui social spiegando che la cultura e la mente resteranno in Italia, sarà ancora lei di fatti il direttore creativo del brand. Capri Holding Limited è il nome con cui la casa americana raggruppa Michael Kors, Versace e Jimmy Choo, aspirando alle alte vette del lusso estremo, parecchio distante dai canoni a cui è abituata.

This is just the beginning of an exciting, new adventure that I hope you will live together with me” incita Donatella sul suo profilo Instagram i malinconici fan a comprendere che questa è faccenda triste per l’economia italiana e non per la moda. Si tratta sì di una perdita, ma che siano i cuori degli economisti a lacrimare e non degli appassionati dell’italianità.

Da appartenente all’ultima categoria paleso il rischio di essere esposti a una inevitabile influenza delle controparti socie ma le alleanze sono storie che si narrano da secoli, e il patrimonio di un gruppo eterogeneo si identifica nella diversità di ognuno che viene messa a disposizione degli altri e commentata. È regola del gioco globale che è di proprietà economia, di fatto la moda è retta dall’attivazione finanziaria, vivaddio che ci sia.

Arte, cultura ed economia sono triade di una perfetta forma di sopravvivenza comune e dipendente, è inscindibile. Sarebbe bello credere nell’essenzialità di una di queste tre, e in sostanza lo è, si ha il diritto di amarle indistintamente ma l’evoluzione e l’innovazione a cui tanto miriamo sono rotaie di questi fenomeni che non possono sconvolgerci unicamente ma vanno affrontati secondo un punto di vista più ampio. Rattristiamoci di essere azionisti e non proprietari di un’impresa italiana.

Lunga vita al lavoro di Donatella, Santo e Allegra, che siano anni di profonda riflessione ed estrema consapevolezza.

 

 

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