Reboot-mania

di Federico Mangione 

L’estate è finita e con lei vanno via le giornate in spiaggia, i falò e le notti insonni. Ma soprattutto ci lasciano, dopo due meravigliosi mesi, le ennesime repliche di Don Matteo.

Del resto si sa, in questa stagione la gente guarda poca televisione, ci sono le vacanze e quindi è giusto riempire i palinsesti con i prodotti evergreen del servizio pubblico. Ma le ferie della creatività non sembrano limitarsi a questo: da qualche anno a farla da padrona, nei cinema, sono prequel, sequel e, soprattutto, reboot dei cult degli anni passati.

Dopo il 2010 abbiamo cominciato ad assistere ad un fenomeno non nuovo nel cinema mondiale, ma che si è notevolmente intensificato proprio in questi ultimi anni: lo possiamo definire reboot-mania. Il reboot, come molti sapranno, consiste sostanzialmente nel prendere un film passato – generalmente un cult che possa rivolgersi sia a una platea di nicchia, ma che possa puntare anche su una fama costruita negli anni e basata più sul mito che su un reale apprezzamento del vasto pubblico – e rifarlo.

Attenzione, però, sarebbe troppo facile prendere un copione e farlo recitare alle nuove stelle del cinema. L’arduo lavoro dei nuovi sceneggiatori consiste nel prendere il cult e inondarlo di bei propositi e ipocrisia. Così, se da un lato abbiamo Denzel Washington in quelli che furono i panni di Yul Brynner nel remake anti-razzista de I magnifici sette, dall’altro ci sono quattro signore, con un segretario idiota, in quello femminista di Ghostbusters.

Come dimenticare poi la Disney, che ha acquistato la Lucas Film e ricominciato a produrre sequel e spin-off di Star Wars come se non ci fosse un domani e la gente vivesse solo per scoprire chi ha la spada laser più luminosa.

È sicuramente innegabile che, nonostante i risultati siano discutibili e che le copie non siano mai all’altezza degli originali – proprio per quell’aura che crea il ricordo dei grandi cult – ci sia comunque un lavoro di una certa qualità da parte degli sceneggiatori e degli interpreti. Tuttavia, una domanda sorge necessariamente spontanea: Perché? Perché sacrificare una delle poche arti a cui il pubblico si interessa sull’altare del guadagno? E, soprattutto, non credete, care majors, di stare esagerando un po’ adesso?

Capisco che peace&love sia il mood del momento a Hollywood e che bisogni stare attenti a non offendere nessuno, ma, siamo sinceri, non è che perché adesso un indios può entrare a far parte dei magnifici sette allora la storia cambia e lo sterminio di un’etnia e il suo confino nelle riserve come se i suoi appartenenti fossero animali in via di estinzione passa inosservato.

Da un altro punto di vista, invece, mi chiedo dove sia finita la creatività. Fino a qualche anno fa, anche i film brutti erano originali e guardare le commedie demenziali con Owen Wilson e Vince Vaughn era un momento quasi solenne.

Adesso sembra che l’unico modo per creare un blockbuster sia quello di riciclare. L’ultimo, in ordine di tempo, è Ocean’s 8, ma quello a cui spetta una nota di merito è, dal mio punto di vista, l’adattamento cinematografico di Baywatch. Una parodia della serie TV che perde qualsiasi pretesa tragica, per scadere in una comicità spicciola e demenziale anche se ammetto di aver riso a crepapelle – sì, adoro la comicità demenziale.

Investire grossi budget in questo tipo di film evidentemente paga, altrimenti la moda non durerebbe da così tanto, ma, sinceramente, non vedo l’ora che passi e credo che sarebbe opportuno ritornare a fare anche blockbusters di un certo livello. Nell’attesa di scoprire che ne sarà della reboot-mania, consiglio spassionatamente di non ignorare quei film con i trailer lenti e noiosi, alcuni magari si confermano tali, ma spesso si trovano delle vere e proprie perle.

 

In foto: star wars Lego

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