Tre libri per il Sud

di Domenico Chirico

La narrativa ha spesso parlato del Mezzogiorno d’Italia, moltissimi sono stati nei secoli gli scrittori che venuti qui, cresciuti nel sud sono rimasti stregati e ne hanno fatto lo sfondo per le loro narrazioni, basti ricordare Boccaccio, Carlo Levi o Giordano Bruno. Sta di fatto che la tradizione narrativa sul Sud è talmente varia che ci permette di raccontare di tutto e di descrivere posti che probabilmente neanche esistono più, persi come sono tra la Piana di Metaponto e i monti della Basilicata. Qui di seguito mi propongo di mettere in ordine almeno tre titoli che sono indispensabili a chiunque voglia capirne di più.

I Malavoglia di G. Verga. Colossal dell’Ottocento è stato uno dei romanzi che ho iniziato a leggere e rileggere più e più volte durante la mia adolescenza. La narrazione verista dello scrittore catanese racconta di una Sicilia che ormai è inesistente, un universo misero e senza possibilità di redenzione, a dorso di mulo, un romanzo corale che apre la strada alle grandi saghe del racconto familiare. L’epopea dello staticismo di Aci Trezza con tutti i suoi abitanti, la sciara, il Capo dei Mulini, gli Scogli, il vicolo del nero e la Concetta dello zio Colà sul greto alle prese con la ferrovia, la malaria, i pali del telegrafo e la leva militare nel neonato regno d’Italia. Un mondo forse andato via e scomparso dietro ai ristoranti sul mare che oggi affollano la costa di Aci Trezza ma che resta sempre uguale nello sciabordio del mare alle prime luci dell’alba che salutò N’toni Malavoglia.

Il resto di niente di Enzo Striano. Siamo sul finire del Settecento, l’assolutismo ha i giorni contati, la monarchia di Francia vacilla e poi cade. Viene raccontata la vita di Eleonora de Pimentel Fonseca, nobildonna d’origine portoghese, rivoluzionaria del 1799 e per pochi mesi direttrice del Monitore, giornale di propaganda giacobina nella breve vita della Repubblica Partenopea. Enzo Striano ci tira dentro la psicologia di una donna, tra le pieghe del cuore umano, ci racconta del primo bacio e del quadratino alle Mortelle. I luoghi sono gli stessi, Napoli oggi sta tutta lì come l’ha attraversata Eleonora, le rampe del Petraio ci fanno ancora venire il fiatone, i capelli si asciugano ancora al sole, il Palazzo Reale resta ancora intatto, il carcere della Vicaria (alias Castello Capuano) ha ancora le sbarre alle finestre, Palazzo Serra di Cassano è ancora quello col portone chiuso, sopra Montedidio. Tutto è rimasto uguale, in una Napoli che si muove di continuo. L’autore ci porta in un viaggio nel cuore di una donna, nella Napoli di tutti i giorni e in una rivoluzione che ancora oggi ci lascia l’amaro in bocca.

Annibale di Paolo Rumiz. Rumiz è uno scrittore di viaggi, triestino come molti grandi viaggiatori, nel 2007 si è messo sulle tracce di Annibale. Ne ha seguito l’itinerario della vita, dalla partenza a nove anni da Cartagine, a quella dalla Spagna fino nel sud Italia per combattere la Seconda Guerra Punica. Rumiz fa un viaggio contemporaneo in auto per percorrere le strade del vincitore di Canne, per capire perché l’uomo che fece tremare Roma ha lasciato tante tracce di sé nel mondo moderno. Tutta la parte centrale del libro (per quanto il viaggio sia più esteso e molto bello in tutte le parti) è concentrata nell’ Italia meridionale dove Annibale trascorse tredici anni con l’esercito e gli elefanti. Il primo dato che si apprende è che Rumiz ignora Napoli, non ne parla mai, per lui è Capua la capitale del Sud, l’antica città felix, una terra di donne, che oggi vive a metà tra la bellezza del museo campano, del Mitreo, dell’anfiteatro e il traffico cittadino sull’antica Appia. Il Volturno che scorre sinuoso tra le mille anse e si perde nella puzza delle bufale dove trascolora nel mare e le valli, i monti, le terre dei Sanniti, popolo fiero che piuttosto che piegarsi a Roma si fece annientare, e poi Taranto, e il campo di Canne, e il fiume Ofanto, e Siracusa, e Lametia Terme; un mondo fatto di personalismi e di ribelli che videro in Annibale il salvatore dall’egemonia romana.