J. K. Rowling e il Principe Mezzosangue

di Federico Mangione 

Quella di Harry Potter è, senza il minimo dubbio, la saga romanzesca e cinematografica del XXI secolo. Come afferma la professoressa McGranitt all’inizio del primo capitolo della storia: “Non esisterà uomo, donna o bambino, nel nostro mondo, che non conoscerà il suo nome“. Ed è proprio così. Ma è dietro alla bellissima storia che, nella sua semplicità, nel suo essere frutto della vita e, soprattutto, dei ricordi di una bambina del countryside scozzese, si percepisce anche tutta la sua malinconia. Il personaggio per eccellenza di questo sentimento è, a mio parere, il professor Severus Piton, insieme al suo interprete, il compianto Alan Rickman: una persona gentile, che viveva in simbiosi con il proprio lavoro e, nondimeno, con il suo personaggio in Harry Potter.

Siamo agli inizi del 2016 quando balza alla cronaca la notizia della scomparsa di Alan Rickman, grande attore britannico interprete cinematografico, in pellicole come Die Hard, Robin Hood. Il principe dei ladri e Guida galattica per autostoppisti, e soprattutto teatrale, facente parte anche della Royal Shakespeare Company.

Il ruolo che, però, probabilmente lo ha reso noto a tutti è quello del professor Severus Piton (Severus Snape nella versione originale inglese) nell’adattamento cinematografico della saga di Harry Potter.

Tutti abbiamo provato avversione per questo personaggio, lo abbiamo visto come quello che sarebbe dovuto essere uno dei cattivi, uno che con il piccolo Harry Potter non avrebbe mai potuto coesistere pacificamente nell’immaginario collettivo. Quando poi, nel sesto capitolo della saga, tradisce e uccide Albus Silente, pare sia proprio arrivata la ciliegina sulla torta a distruggere ogni tipo di simpatia verso il tenebroso professore. Ma proprio quando tutto sembra essere scritto, nell’ideale terzo e ultimo atto della storia del maghetto più famoso del mondo, ecco la svolta. Quella che forse è la scena più bella di tutti e otto i film si svolge letteralmente in una lacrima: quella che scende sul volto del morente Severus e che Harry raccoglie insieme alle sue ultime parole: “Hai gli occhi di tua madre“.

Ciò che succede nello studio di Silente, quando Harry porta la lacrima al pensatoio è, come si suol dire, storia: la rivelazione del perché il protagonista può avvertire gli horcrux e del perché la sua mente e quella di lord Voldemort sono connesse. Si scopre l’amore di Severus per la madre di Harry e, soprattutto, ecco che la maschera che il capo della casa Serpeverde portava da sedici anni, tempo in cui, assumendo la parte del cattivo, aveva protetto il figlio dell’amore della sua vita a costo della propria, cade.
In quella lacrima non c’è solo un’esigenza della storia, ci sono tutta la malinconia dell’autrice e tutta la passione dell’attore. Il rapporto tra Alan Rickman e Johanne Rowling era diverso. Always. Loro, e solo loro, condivisero fin dalla prima pellicola il segreto di quella lacrima. Infatti l’autrice, per permettergli di sviluppare al meglio quello che rimane uno dei personaggi più complessi dell’universo magico di HP, svelò a Rickman quello che non era ancora stato scritto, visto che l’ultimo libro, “I doni della morte”, sarebbe stato pubblicato solo sei anni dopo l’uscita del primo film.

Per dieci anni, fino all’uscita della seconda e ultima parte del settimo capitolo della saga, non solo il personaggio, ma anche il suo interprete, hanno portato il fardello dell’etichetta del cattivo, senza poter rivelare la propria vera natura e con delle ripercussioni anche sui pensieri dell’attore fuori dal set.

È stata infatti pubblicata quest’anno, in occasione della ABA Rare Book fair di Londra, una collezione di più di trenta scatoloni che contengono praticamente tutta la carriera di Alan Rickman: lettere, cartoline, copioni, gadgets e una marea di diari che l’attore teneva periodicamente. Si può leggere una cartolina del produttore di Harry Potter, David Hayman, che lo ringrazia per la performance in Harry Potter e la camera dei segreti; una di Daniel Radcliffe che gli fa gli auguri per le feste di Natale e gli esprime la sua impazienza nell’attesa di incontrarlo di nuovo sul set; fino alla corrispondenza con Emma Thompson, l’attrice, sua più cara amica, con cui ha lavorato anche in alcuni degli otto film della saga.

Ma ciò che ha più attirato l’attenzione del pubblico è stato un passaggio nei suoi diari intitolato “dentro la testa di Piton“: Rickman sfoga la sua frustrazione riguardo Harry Potter e il principe mezzosangue, scagliandosi contro il regista David Yates che, a suo dire, non aveva saputo sviluppare a dovere il suo personaggio in quella che era la pellicola che lo vedeva protagonista. Qui si legge: “È come se David Yates avesse deciso che tutto questo non è importante per il grande schema delle cose, vale a dire: l’interesse del pubblico adolescente“. Ma a tale riguardo, mi piace pensare che questi suoi tristi pensieri si siano dissipati ricevendo una lettera di Johanne Rowling in cui l’autrice lo ringrazia esplicitamente per aver reso giustizia al suo personaggio più complesso.

La vita di J.K. Rowling è di per sé magica: un’autrice che ha creato la sua storia più bella partendo dai giochi di bambina, che ha preso spunto dalle persone che ha incontrato sulla sua strada. La grande magia di Harry Potter sta proprio nella sua semplicità, nella sua morale, che la scrittrice riesce a rendere mai banale: il bene trionfa sul male grazie all’amore e all’amicizia, grazie alle persone che sono pronte a sacrificarsi le une per le altre.

Le storie di Harry, della sua autrice, del professor Piton e di Alan Rickman, sembrano dunque essere un tutt’uno. È sempre bello vivere un racconto in divenire, aspettare il suo sviluppo e la sua fine, ma quando, a conti fatti, vengono alla luce tanti aspetti che lo rendono così reale, è lì che si può davvero cogliere appieno tutta la sua magia.

disegno di Giulia Guerra 

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