Il caso Saint-Exupéry

di Francesca Caianiello

La letteratura per ragazzi è appunto, come dice lo stesso nome, per ragazzi. E se invece il mondo degli adulti avesse sbagliato tutto?

Anno 1943. New York.

Antoine de Saint-Exupéry pubblica nella Grande Mela il suo romanzo Il piccolo principe tradotto da Katherine Woods.

L’opera rientra subito nella categoria: letteratura per ragazzi.

Il protagonista della vicenda è molto giovane, si trova in una posizione di marginalità e debolezza, di innocenza. Innocenza in contrasto con un mondo corrotto in cui dilaga la disuguaglianza. Eppure, questo è il nodo cruciale che permette al messaggio poetico di manifestarsi. L’epifania della poesia sembra irrappresentabile in un mondo violento che non permette spazio all’ingenuità e alla purezza d’animo, tipiche dei bambini. Proprio questo tratto è emblematico, distintivo, rappresentativo dell’opera di Saint-Exupéry. In un mondo dilaniato dalla guerra, egli nella prefazione indirizza già l’opera ad ogni possibile lettore.

“A LEONE WERTH.
Domando perdono ai bambini di aver dedicato questo libro a una persona grande. 
Ho una scusa seria: questa persona grande è il miglior amico che abbia al mondo. Ho una seconda scusa.
Questa persona grande può capire tutto, anche i libri per bambini; e ne ho una terza: questa persona grande abita in Francia, ha fame, ha freddo e ha molto bisogno di essere consolata.

E se tutte queste scuse non bastano, dedicherò questo libro al bambino che questa grande persona è stato. Tutti i grandi sono stati bambini una volta (ma pochi di essi se ne ricordano).
Perciò correggo la mia dedica:

A LEONE WERTH
Quando era un bambino.”

L’opera era presentata ad un pubblico giovane, ad un pubblico di bambini. E l’autore stesso chiedeva scusa per aver dedicato l’opera ad un adulto. Ma cosa significa? Significa che con ironia un po’ provocatoria Saint-Exupéry faceva un passo verso il vasto mondo dei fruitori della letteratura: con fare accattivante catturava qualunque adulto avesse sfogliato la sua opera. Chiunque leggendo di essere stato bambino avrebbe desiderato un aiuto per riportare alla memoria i ricordi dell’infanzia. Così la dedica riesce nel suo intento, ipnotizzando il lettore.

L’opera si dirama per poco più di un centinaio di pagine affrontando in modo leggero i temi cardine dell’esistenza umana: il senso della vita, i sentimenti, l’amicizia, l’amore.

Il tono favolistico utilizzato per la descrizione degli eventi diventa un vero e proprio espediente per creare un’epicizzazione della realtà. In ogni breve capitolo è narrato l’incontro tra il piccolo principe, protagonista della vicenda, e un diverso personaggio, ognuno su di un diverso pianeta. Incontro dopo incontro, personaggio bizzarro dopo personaggio bizzarro, il piccolo principe sarà sempre più sorpreso da quanto siano strani i “grandi”.

“I grandi non capiscono mai niente da soli, ed è faticoso, per i bambini, star sempre lì a dargli delle spiegazioni”

Ogni incontro rappresenta uno stereotipo dell’atteggiamento dell’uomo, un’allegoria della società contemporanea. L’opera vuole in questo modo creare una sorta di educazione sentimentale. Educazione sentimentale, ancora una volta, per chi? Per i bambini, puri, educati ancora con le favole, o per gli adulti che ormai le favole le hanno dimenticate?

Il romanzo ha goduto di ampio successo dalla prima edizione americana del ‘43 a quella francese di pochi giorni successiva, vedendo poi la traduzione in più di 300 lingue e dialetti. Oltre alle lingue più parlate nei cinque continenti, è stato tradotto addirittura nell’idioma di alcune minoranze linguistiche e perfino nei dialetti: corso, bretone, gallurese, milanese, reggiano, napoletano, bolognese, friulano o “marilenghe” (lingua neolatina del Friuli), veneziano, dall’aragonese in Spagna all’esperanto e il guaranì. Nel 2005 è stato tradotto in toba, una lingua del nord dell’Argentina, con il nome di So Shiyaxauolec Nta’a e sembra sia il primo libro ad avere una traduzione nella suddetta lingua dopo il Nuovo Testamento. Nel 1961 è stato addirittura tradotto in latino.

L’opera è corredata da una decina di acquerelli, disegni nati dalla mano dello stesso autore.

Letto come romanzo per l’infanzia e per il grande pubblico, meriterebbe di essere situato nel dibattito sul nuovo romanzo del Dopoguerra, come esempio di riformulazione del rapporto tra lirica e narrazione.

E se non lo avete ancora letto, cosa aspettate a riportare alla memoria le riflessioni che facevate sul mondo quando eravate bambini?

 

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