La cura

di Benedetta De Nicola

Oggi, signori miei, sono qui perché voglio comunicarvi che ho dato una svolta al mondo.

Sono la Dottoressa De Nicola, laureata con 110 cum laude all’Università degli studi Immanuel Casto. Vi ho convocati in questo afoso giorno, per comunicarvi la straordinaria notizia: ho trovato la cura per l’omofobia.

Ora, signori miei, sono sicura che starete ridendo, vi chiederete perché io l’abbia fatto, perché, nel XXI secolo, io abbia speso del tempo nei confronti di una cura contro qualcosa che appare estinto come l’omofobia.

Ve lo spiego subito.

Ho notato alcuni sintomi fuoriuscire dalle crepe della società, ma mi sono detta “Non è sicuramente come sembra”, ma poi, una mattina, sono andata a prendere mio figlio a scuola e stava piangendo, gli ho domandato cosa avesse e lui non ha voluto rispondere. Sono passati dei giorni e mio figlio continuava a tornare gonfio di lacrime a casa, allora ho urlato e gli ho detto:- Giacomo, dimmi che diavolo succede!-.

Il mio metodo Montessori è arrugginito, lo so.

Alla fine ho scoperto che alcuni suoi compagni lo chiamano “frocio”. Allora, vi  dirò, non mi pareva grave, io chiamo tutti i miei amici così, loro sono omosessuali e non si offendono perché non è un’offesa. Giacomo, però, si è offeso, ha pianto. Il motivo? Quel termine è stato snaturato, è diventato un modo di aggredire, come quando a me, da piccola, un mio compagno disse:- Tu sei figlia di divorziati-.

Sì, lo sono, e allora perché ho pianto?

Giacomo adesso si trova in camera sua, ascolta la musica, magari i Queen o magari Lady Gaga, non mi interessa, mi interessa solo che non si senta mai più offeso da quello che è.

Cari signori della giuria, sono qui, oggi, a mostrarvi la cura, abbassate le luci prego.

Il volontario di oggi è un padre che ha buttato fuori di casa il figlio perché omosessuale, si è offerto di farmi da cavia perché vuole guarire. Come vedete, gli sto posizionando le cuffie, voi ascolterete la voce in altoparlante.

Iniziamo.

1.

Caro papà,

sono io. Sono Marco.  Non volevo scriverti, la Dottoressa mi ha detto che ti avrebbe guarito. Io, in un primo momento, ho pensato che ti odio, che tu mi hai odiato e che non ti avrei mai e poi mai aiutato. Sono passate quarantotto ore dalla sua richiesta e mi sono svegliato nel mezzo della notte. Ti scrivo perché io non odio, forse, un po’, ti compatisco.

Ero gay anche quando mi portavi a tirare di boxe, ma la boxe mi piace perché essere gay non vuol dire non amare qualcosa. Capisci, papà? Faccio sesso occasionale perché non mi va di impegnarmi, sono bello e sfrutto la mia bellezza per corteggiare. Fin qui tutto bene, però, papà, lo sai che io corteggio gli uomini? Mi piacciono magri, un po’ eccentrici e con la bocca grande. Abbiamo una cosa in comune papà, anche a me piacciono i pompini, anzi, forse piacciono più a me che a te.

Sì papà, ti sto provocando e un po’ mi piace, un po’ mi piace dirti che ho avuto un uomo speciale, si chiama Simone, aveva le mani grandi, mi stringeva. Ci siamo lasciati papà, lui non sopportava che stessimo nascosti dal mondo come dei criminali. Allora ho capito, papà.

Te l’ho detto:- Papà, mi piacciono gli uomini-

Mi hai guardato con gli occhi iniettati di sangue e mi hai tirato i capelli con forza, mi hai dato del “frocio di merda”, è strano. La mia migliore amica mi chiama così e io le dico che è una zoccoletta, però poi non mi ritrovo il labbo spaccato.

Godo un po’, caro papà, a dirti che forse non dovevo nascere gay per piacerti e che però, forse, non mi interessa più piacerti.

Adesso è tardi, il mio letto è caldo solo a metà, caro papà, stammi bene,

Marco.

2.

Leviamo la benda al volontario .

-Come si sente?-

-Mio figlio –

-Non si ricorda, gli ha detto che non era più suo figlio?-

Signori della giuria, tranquilli, infierire fa parte del processo di guarigione.

-Sì, gliel’ho detto-

-Bene, Signor Termopolis, adesso le mostrerò una foto, mi dica cosa sente-

 

– Signor Termopolis, può dirmi come si sente?-

-Ho perso mio figlio-.

 

3.

 

Signori della giuria, professori emeriti, accademici, io, qui, oggi, vi presento la cura contro l’omofobia, la consapevolezza che per la stupidità si possa perdere quanto di più caro al mondo.

Non ho altro da mostrarvi e vi ringrazio del vostro tempo.

-Dottoressa, mi scusi-

-Mi dica, Professore.

– Ci vediamo il 14 luglio al gay pride di Napoli?-

 

 

 

Ho ascoltato, una volta, in un tempo non determinato, in uno spazio remoto, qualcuno dire:- Se mio figlio fosse gay, gli vorrei bene, ma spero che non lo sia-.

A dirvi la verità, io un figlio gay lo vorrei. Magari se nascesse dal mio grembo vivrebbe meglio che con uno che incrocia le dita perché non lo sia.

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