Infanzia e linguaggio

di Cinzia Abis

La parola italiana “infanzia” risale al verbo fari, che troviamo nel latino arcaico col significato di parlare, soprattutto in modo solenne e autorevole. Non a caso, deriva dallo stesso verbo la parola “fato”, il destino dei mortali su cui si sono pronunciati gli dei.

Sempre nella lingua latina, troviamo, derivato dal verbo fari, il sostantivo infans, infantis che significa significativamente (mi si conceda il gioco di parole) sia muto, privo di eloquio, che bambino. Di qui, l’italiano “in – fante”, bambino; dove in pure è prefisso di negazione.

L’infanzia, come età evolutiva, è stata per secoli così nominata e pensata. Cioè, si è ritenuto di individuarne la quintessenza nell’assenza della parola, o, almeno nei bambini di età superiore ai tre anni, nell’incapacità di parlare in senso pieno e compiuto, a vari livelli: fonetico-fonologico, morfo-sintattico, semantico, metalinguistico.

L’acquisizione compiuta del linguaggio sembra essere fondamentale per diventare adulti nella specie umana. Un fatto, questo, che si colloca a metà tra il regno della natura e quello della cultura. Potremmo, dunque, considerarlo un universale antropologico: l’umanizzazione della persona e della vita avviene per il tramite del linguaggio.

In effetti, l’homo sapiens sapiens si distingue dalle altre specie animali per la predisposizione genetica all’apprendimento del linguaggio, che ovviamente può assumere forme storico-naturali diverse, le lingue.

Storicamente, dicevamo, l’infanzia è stata connotata come una forma di umanità che difetta di qualcosa, la parola appunto. Solo con lo sviluppo delle moderne pedagogie questo paradigma è andato mutando. L’infanzia è stata perciò radicalmente ripensata; così come l’idea di bambino, non più considerato un uomo in sedicesimo, bensì come un soggetto dotato di sue caratteristiche e bisogni specifici. Sono interessanti, a tal proposito, i paralleli e le analogie possibili tra filogenesi e ontogenesi che troviamo seminati lungo la Storia delle Idee. Alle età dell’uomo, individuate lungo l’arco di una vita, ontogenesi, sono state fatte corrispondere quelle della storia dell’umanità, filogenesi. Ad esempio, si è parlato di infanzia di una certa civiltà, quando questa era ai suoi albori. Ma ritorniamo al punto.

Dai 7 ai 9 mesi di vita osserviamo nel bambino il fenomeno della cosiddetta lallazione: il bambino pronuncia le sue prime sillabe in sequenza, replicandole: “Ma- ma”, “Ba-ba”, “Pa-pa”, “Da-da”, “Ta-ta”. È interessante notare che, non a caso, in lingue anche tanto diverse tra loro le prime parole con cui il bambino si rivolge ai genitori e ad altre figure di attaccamento siano composte dagli stessi fonemi. Lingue diverse hanno conferito significato ai primi foni e alle prime sillabe che il bambino comincia ad articolare spontaneamente: i suoi primi balbettii. Così in italiano troviamo: mamma, papà; dada o tata, per rivolgersi a figure femminili che si prendono cura dei bambini.

D’altro canto, tanto per fare degli esempi, pensiamo alle parole francesi maman e papa e a quelle inglesi mom e daddy.

Degna di nota è l’agevolazione che la lingua italiana, nella sua varietà più familiare e colloquiale, offre ai bambini piccoli attraverso la formazione di parole per il tramite della reduplicazione di alcune sillabe, come nelle parole “Pappa, pipì, cacca”. A margine di questo discorso, ricordiamo che secondo alcuni  il Dadaismo o Dada, movimento culturale della prima metà del Novecento, ha provocatoriamente scelto il proprio nome pensando alla lallazione dei bambini: da-da. In opposizione alle convenzioni degli adulti…

Con baby talk, invece, ci si riferisce sia al linguaggio dei bambini piccoli che cominciano a pronunciare le prime frasi sia all’imitazione che ne fanno gli adulti.

A conclusione di questo discorso, propongo una breve favola in versi, tratta dal mio “La Volpe e il Pi greco”, in omaggio alla fantasia ingegnosa e alla tenerezza dei bambini.

Elogio della burla

La strega chiese all’infante straniera,

sua apprendista,

di pronunciare la parola “blu”.

Si aspettava di beffarla,

ma rimase beffata:

quella approfittò dell’errore di pronuncia.

 

Scivolò sulla liquida che segue la bilabiale,

come su una buccia di banana, ma

trasformò la caduta in uno scherzetto spaventoso

e con una smorfia le fece: “buu!”

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