Narcos 3 – Los caballeros de Cali

Morto Escobar adesso è il turno dei “signori di Cali”. Narcos continua il suo racconto sui più grandi narcotrafficanti della storia, con un sapore diverso e una qualità eccelsa.

Dopo la fine della seconda stagione di Narcos la paura era tanta; andare avanti senza il Pablo Escobar di Wagner Moura ha fatto temere per la qualità dello show in generale. Ma Netflix, ancora una volta, è riuscito a confezionare non solo un prodotto di alta qualità ma, in alcuni punti, addirittura migliore del precedente: esce Escobar ed entrano in scena “i quattro cavalieri di Cali”.

La terza stagione di Narcos segue i tumulti e le guerre di potere post-Escobar, con il cartello di Cali come nuovo antagonista per eccellenza.
Vedremo l’agente Peña, interpretato da un eccezionale Pedro Pascal, alle prese con i quattro Padrini di Cali, capitanati da Gilberto Rodriguez Orejuela. Avremo un agente Peña diverso, più intricato e meno lascivo, che si troverà da solo contro il cartello e tutta la rete di corruzione ad esso connessa: il gioco è diverso questa volta, meno plateale del cartello di Medellìn ma più subdolo ed efficace.

Se con le precedenti stagioni eravamo abituati a una violenza plateale, volta ad incutere timore e rispetto, i Padrini di Cali preferiscono utilizzare i contanti piuttosto che le pistole e gli intrighi al posto degli esplosivi. Anche se il sangue continuerà a scorrere dietro le quinte. Tramite alleanze e corruzione, i caballeros de Cali riuscirono a costituire la cosiddetta “Cocaine Inc.”, arrivando a detenere l’80% del traffico di cocaina globale, con sedi anche a New York.

Oltre ad Escobar verrà a mancare anche l’agente Murphy, ma personaggi diversi e nuovi avvenimenti ci faranno entrare in un’altra storia che, seppur collegata con la precedente, riesce a essere diversa e coinvolgente; il personaggio di Jorge Salcedo (Matias Varela) è uno dei più intriganti di tutta la stagione.

Saremo alle prese con una Colombia ancora più corrotta, in cui la legge si piega a favore dei narcotrafficanti e viene da loro usata come scudo. Non ci sono eroi ma solo uomini che agognano il meglio per la propria famiglia, per la giustizia, per gli affari o più semplicemente per se stessi, ricorrendo a tutto ciò che hanno a disposizione.

Le dinamiche narrative della serie restano più o meno le stesse, riuscendo, in alcuni punti, a trasmettere pathos e frenesia maggiori rispetto a episodi delle stagioni precedenti. La serie in sé non sembra risentire della mancanza del “one man show” che Wagner Moura, grazie alla sua strepitosa e iconica interpretazione, aveva inconsciamente allestito. Le vicende non ruotano più attorno ad un unico personaggio carismatico che adombra gli altri e quindi c’è più spazio e per tutti, per poter delineare meglio certi personaggi e gli avvenimenti a essi connessi. Il ritmo è più frenetico e fa venir voglia di guardarsi tutti e dieci gli episodi in un colpo solo.

Come al solito il mix tra musica, tradizioni, narcotraffico e politica è azzeccatissimo e funziona molto bene: sentiamo il sapore di un periodo storico simile a quello precedente ma con delle note ben diverse, dove la corruzione morale trionfa.

La quarta stagione dovrebbe incentrarsi sull’ascesa del cartello Messicano di Juarez ma le minacce del fratello di Pablo Escobar e il massacro di uno dei produttori della serie in Messico mettono a rischio l’intera operazione.

Non ci resta che sperare nella riuscita dei nostri gringos anche in questa impresa.

Davide Cacciato

Clicca qui per recuperare la nostra recensione sulle prime due stagioni.

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