Da Selma a Montgomery: a 50 anni dalla morte di Martin Luther King

di Raffaele Iorio

“Le marce da Selma a Montgomery” furono tre manifestazioni per il diritto al voto dei neri in America. Perseguite con forza e con costanza hanno rappresentato la svolta di una situazione critica perdurata circa un secolo.

È il 7 marzo 1965 quando un gruppo di cittadini americani di colore, guidati da Martin Luther King e altri attivisti, sta per compiere una marcia per il diritto al voto degli uomini neri. L’ obiettivo almeno nelle intenzioni, era quello di compiere una traversata dalla città di Selma fino a Montgomery, capitale dell’Alabama. Ma quel giorno le cose non andarono come si sperava: 600 manifestanti furono fermati dalle forze dell’ordine su Edmund Pettus Bridge. L’impeto degli agenti fu talmente duro che quella domenica fu chiamata Bloody Sunday cioè Domenica di Sangue.

Ma perché fu organizzata la marcia? Facciamo un po’ di chiarezza.

Nel ’65, in America, il voto ai neri non era affatto proibito, anzi era garantito dal XV emendamento ratificato alcuni anni dopo la fine della guerra di secessione americana. La norma lo sanciva di diritto, senza nessuna discriminazione razziale. Ma nella pratica le cose erano “leggermente” diverse. Per poter votare, infatti, era necessario registrarsi e quasi sempre diventava arduo poterlo fare. Si trovavano mille modi di fare ostruzionismo: continui difetti nelle pratiche, uffici spesso chiusi e molto altro ancora. Questi soprusi durarono quasi cent’anni finché non si decise che era giunto il tempo di cambiare le cose.

1963, la Dallas County Voters League, insieme ad altri organizzatori dello Student Nonviolent Coordinating Committee (SNCC), iniziò a operare per la registrazione dei votanti afroamericani e quando l’opposizione bianca diventò insuperabile, la DCVL chiese l’aiuto di Martin Luther King e della Southern Christian Leadership Conference, che portò molti noti attivisti a supportare la causa del diritto di voto.

Così si giunse a quel fatidico 7 marzo e da quel giorno la mobilitazione crebbe fino a coinvolgere 2.500 dimostranti che riprovarono l’impresa il martedì successivo. La marcia questa volta fu nominata Turnaround Tuesday , Martedì dell’Inversione di Marcia, poiché arrivati ancora una volta sul Edmund Pettus Bridge, i manifestanti furono costretti a tornare indietro.

Infine si giunse alla terza e ultima marcia. Ancora una volta fu il sangue a lavare le coscienze: dopo l’assassinio di James Reeb, pastore bianco degli Unitariani universalisti, che aveva preso parte alla seconda, il giudice federale Johnson si espresse in favore dei partecipanti, riconoscendo che il loro diritto di marciare, garantito dal Primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, non poteva essere abrogato dallo Stato dell’Alabama.

In 8.000 partirono la domenica da Selma percorrendo un tragitto di circa 16 chilometri, e in tre giorni di cammino la folla giunse finalmente a Montgomery raggiungendo il numero impressionante di circa 25.000 individui. Una vittoria non priva di rammarico: poche ore dopo il discorso di Martin Luther King davanti al tribunale, un’attivista, Viola Liuzzo, fu uccisa da tre membri del Ku Klux Klan mentre faceva rientro a casa.

Dopo lunghe e faticose battaglie, i fatti raccontati portarono all’ approvazione della Voting Rights Act la legge grazie alla quale, finalmente, la comunità afroamericana poté votare liberamente. Oggi, noi non resta che apprendere e ricordare l’esempio di determinazione che questa gente ci ha dato.

 

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