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Diario di una femminista ribelle: “diverso” non significa meno importante

“Nel mulino che vorrei…” mi piacerebbe non essere giudicata per i vestiti che indosso, scegliere da sola cosa fare del mio corpo, avere pari opportunità e, soprattutto, non sentirmi costantemente attaccata dal giudizio di estremismi senza distinzione di genere.

Chiedo troppo?

Uomini che odiano le donne, donne che odiano gli uomini, e donne che odiano alcune donne perché portatrici di ideali maschilisti, sbagliati. Ma in che senso?

Facciamo ordine, prima di essere totalmente fraintesi.
Non stiamo ragionando in termini misogini, condanniamo la disparità di genere sul piano etico e lavorativo, siamo a favore dell’equità per la quale il femminismo è nato e continua a battersi.

Qui parliamo di emancipazione nella più cruda della sue forme, della possibilità di scegliersi per come si vuole apparire e di scegliere a quali modelli fare riferimento, senza però intaccare l’eventuale diversità delle opzioni altrui, parlando ovviamente di contesti in cui vige il libero arbitrio.
Qui, oggi, vogliamo porre l’attenzione proprio sulle scelte di quelle donne che, in tanti, giudicano il perfetto esempio di anti-femminismo, le quali, con piccoli o grandi gesti apportati alla propria immagine, danno l’idea di sottomissione.

Oppressioni di un sistema fortemente machista, ancora pesantemente presente nelle azioni quotidiane.
Oppressione legata a molte religioni, che limitano la figura femminile.
E, ancora, oppressioni da parte della pubblicità ingannevole, delle costrizioni sociali, dei modelli che ci hanno influenzato e plasmato sin da piccoli come il didò.

E se nella stragrande maggioranza le donne di tutto il mondo abbracciano di buon grado quest’ondata, che fine fa la voce di coloro che invece si sentono se stesse seguendo quegli stereotipi tanto condannati? Sono davvero da considerarsi anti-femministe?



Prendiamo due esempi (su mille) di conversazioni tipo che da sempre creano un forte gap sociale, soprattutto per il mondo occidentale: depilazione e maternità.  
Binomio interessante da affrontare, ma proviamo a dare loro un comune denominatore, come la possibilità di fare del proprio corpo, in entrambi i casi,  quello che si vuole.

Negli ultimi anni sempre più donne hanno smesso di depilarsi, facendosi portavoce dell’idea che sia un obbligo al quale solo il genere femminile debba sottoporsi.
Una rivolta silenziosa, una forma di controllo verso lo standard del liscio come la seta, la normalizzazione del pelo che c’è, perché privarsene? Per compiacere chi?
Sebbene questa riappropriazione sia più che positiva e ammirevole, non tutte hanno deciso di seguirla appieno.
Semplicemente, in tante si sentono più a loro agio depilate, non perché fuorviate da chi sa quale programma televisivo, ma per una questione di autostima personale.
Questo non comporta alcun cambiamento di visione, non influisce sull’essere o non essere femministe, come in alcuni casi viene invece sottolineato dai filoni più radicali del movimento.
Femminismo è libertà di essere consapevoli del proprio corpo e di averne il totale controllo, sia nella propria sfera personale che nel rapporto con gli altri.

Ancora più spinoso il tema della maternità. Se prima non essere madre veniva considerato come una grande lacuna nella vita di una donna, adesso esserlo sembra quasi rappresentare una vergogna.
“Si è sposata ed ha fatto un figlio, non aveva altre aspirazioni”, quante volte abbiamo sentito questa frase?
Ti dirò una cosa che forse potrebbe sconvolgerti: anche questo è sessismo.
Desiderare figli non è un dovere, ma ciò non toglie che scegliere se averne o meno sia un diritto, e che la conseguente scelta non debba essere giudicata.


Essere femministi è tutto questo, integrità e lotta per i giusti obiettivi comuni.
Ma l’insieme delle decisioni che prendiamo, come sposarsi o no, portare il velo per culto o meno,  dovrebbero prescindere da qualunque movimento sociale.
Quello si chiama essere, essenzialmente, se stessi.

“Se i miei sogni sono diversi dai tuoi non vuol dire che non siano importanti.”
– Tratto dal film Piccole Donne, 2019.



Ilaria Aversa

Vedi anche: Vittoria: una “Colonna” portante della letteratura al femminile





Ilaria Aversa

Classe 1996, Ilaria Aversa nasce a Sorrento in un lunedì di giugno. Fortemente convinta che la pasta sia il suo unico credo, si è laureata in Storia dell'Arte, dimostrando di sapersi concentrare ed impegnare seriamente, ogni tanto. Ama prendersi poco sul serio, infatti la sua massima più ricorrente è "Almeno sono simpatica". O, almeno, lo spera.

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