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DaDizioni – ripetizioni ai tempi della Dad: Giovanni Verga

La parola popolo è una delle più complesse e difficili da definire chiaramente di tutto il vocabolario della lingua italiana, nonché uno dei concetti più inflazionati della letteratura italiana ed europea dell’Ottocento.

Eppure, leggendo i Malavoglia di Verga, si ha per la prima volta chiara l’idea di popolo, perché questo assume una forma, prende vita, corpo, pensiero, voce.

Questo avviene quando ci si spoglia della lente idealizzante del romanticismo e si guarda l’umanità con occhio distante, oggettivo, quasi disincantato.

Verga nasce da famiglia ricca e nobile a Catania nel 1840. Siamo alla vigilia dell’Unità di Italia, evento che per noi italiani è una sorta di anno zero, per noi meridionali più semplicemente la data di nascita della questione meridionale. Verga, dopo un precocissimo esordio letterario, lascia la Sicilia per trasferirsi nei più fervidi centri culturali: Firenze, Milano, Parigi. Proprio tra Milano e Parigi taglia il cordone che lo lega alla produzione romantica per approdare ad una nuova poetica: il Verismo, una filiazione del Naturalismo francese.

La produzione patriottico-romantica, quella di Amore e patria, Una peccatrice, Storia di una capinera, Eros, lascia spazio ad un progetto più complesso e ambizioso: l’indagine degli effetti devastanti della “brama di meglio”. Si inaugura così la stagione verista di Verga con le due raccolte di novelle, Vita dei campi e Novelle rusticane, e il Ciclo dei Vinti: un ciclo di romanzi i cui protagonisti sono i Vinti, le vittime lasciate sulla riva dalla devastante forza della fiumana del progresso.

Il ciclo dei Vinti comprende: I Malavoglia – Mastro Don Gesualdo – La Duchessa di Leyra – L’onorevole Scipioni – L’uomo di Lusso.

Di questi Verga riuscirà a comporre solo i primi due e ad abbozzare il terzo: le ambizioni, quell’irrequietudine pel benessere, man mano che si salgono i gradini della scala sociale e la cultura e l’istruzione fanno da filtro alla natura, dal semplice accorgersi che non si sta bene, o che si potrebbe star meglio diventano spinte e istinti sempre più complessi da analizzare, sempre più difficili da indagare.

É un’ottica conservatrice e pessimistica quella di Verga, che lo porta a testimoniare il rovescio della medaglia del progresso, i costi umani dell’evoluzione, le vittime della brama di meglio, di quel desiderio, insito nell’uomo, di non accontentarsi, di migliorare le proprie condizioni.

A testimoniare la forza devastante e letale del progresso è il declino lento e inesorabile dei Malavoglia, l’agghiacciante solitudine di Mastro Don Gesualdo, le ambizioni frustrate della Duchessa di Leyra.

Il tutto è narrato con gli espedienti tipici del romanzo verista:

  • Il vero: oggetto della narrazione è la realtà storica, quella del meridione post-unitario.
  • IMPERSONALITÀ E NARRATORE POPOLARE: Il punto di vista dello scrittore non si avverte mai nelle opere di Verga: la ‘voce’ che racconta si colloca all’interno del mondo rappresentato e allo stesso livello dei personaggi.
  • REGRESSIONE DEL NARRATORE: Per adottare il punto di vista del popolo, l’autore rinuncia alla sua superiorità intellettuale ed assume la prospettiva (cultura, etica, criteri interpretativi) popolare.
  • ECLISSI DELL’AUTORE: l’autore si eclissa, la mano dell’artista rimarrà assolutamente invisibile, allora avrà l’impronta dell’avvenimento reale, l’opera d’arte sembrerà essersi fatta da sé.
  • STRANIAMENTO: l’autorecrea deliberatamente un divario tra la realtà e il punto di vista esplicito del narratore popolare: un fatto normale appare strano o, viceversa, un fatto strano viene presentato come normale (si veda l’incipit di Rosso Malpelo).
  • DISCORSO INDIRETTO LIBERO: Le parole e i pensieri dei personaggi vengono riportati in terza persona, indirettamente, senza i verbi dichiarativi. Le parole del personaggio si confondono così con quelle di chi racconta la storia, tanto che sembra che siano i personaggi stessi a raccontarla.
  • LINGUAGGIO, LESSICO E SINTASSI: Verga non usa mai il dialetto, ma riproduce il linguaggio delle persone del popolo attraverso un lessico spoglio e povero, proverbi e modi di dire, espressioni gergali, metafore e similitudini basse; la sintassi è elementare e talora volutamente scorretta.

Temi ricorrenti in tutta la produzione verista di Giovanni Verga sono, inoltre:

La roba: parola densissima che Verga utilizza per definire i beni, gli averi, i possedimenti e che, traslata, va ad indicare anche quella morbosa cupidigia che lega stupidamente gli uomini ai beni materiali.

La’ideale dell’ostrica: l’istinto che hanno i piccoli di stringersi fra loro per resistere alle tempeste della vita dice Verga in Fantasticheria. L’attaccamento alla famiglia intesa come rifugio, porto sicuro che ripara dalle intemperie della vita: chi si stacca dal proprio porto, come l’ostrica che si stacca dal suo scoglio, è preda del destino.

La questione meridionale. La produzione verista di Verga abbandona i toni patriottici degli esordi: nei romanzi del ciclo dei vinti, così come nelle novelle, è evidente l’assenza dello Stato, il tramonto dell’entusiasmo risorgimentale, il disordine e la povertà in cui versa il meridione all’indomani dell’Unità. 

Per un ripasso di Verga:

Valentina Siano

Vedi anche: Tre libri per il Sud

Valentina Siano

Valentina Siano, classe ’88, professoressa per amore, filologa per caso. Amo la scrittura come si amano quelle cose che ti riescono al primo colpo, non sapresti dire bene come. Scrivo di cultura e spettacolo perché amo il cotone verde del mio divano e il velluto rosso dei sediolini dei teatri. Leggo classici, divoro serie, colleziono sottobicchieri. Sono solo all’inizio della mia scalata alla rubrica gossip di Vanity Fair.

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