John Fitzgerald Kennedy: quell’ultimo giro sull’auto presidenziale 

Il 22 novembre di cinquantasette anni fa a Dallas, in Texas, John Fitzgerald Kennedy fu assassinato mentre si trovava a bordo della limousine presidenziale, insieme a sua moglie Jacqueline e al governatore Connally, per una visita ufficiale alla città.

Ancora oggi le ipotesi di complotto, che lo vedono vittima di una cospirazione, animano l’immaginario collettivo americano.

“Dead president’s corpse in the driver’s car”.

Nel novembre del 1960 le elezioni presidenziali americane avevano portato alla vittoria il 35° presidente degli Stati Uniti d’America, il giovane democratico John Fitzgerald Kennedy, cattolico di origini irlandesi. Il suo programma politico si basava sulla piattaforma del New Deal di Roosevelt, ma rimodellato e battezzato come “Nuova frontiera”, meta simbolica di benessere e piena democrazia.

Kennedy elaborò un progetto di legge sull’uguaglianza dei diritti civili tra tutti i cittadini, che non arrivò al Congresso a causa degli eventi di Dallas, se non per mano del suo successore Lyndon Johnson. Pur non rinunciando al forte anticomunismo ereditato dalla politica di Eisenhower, Kennedy prese coscienza dei pericoli che una guerra nucleare avrebbe comportato e contrastò pacificamente la sfida lanciata dall’Unione Sovietica. Il 5 agosto del 1963, Stati Uniti, Unione Sovietica e Regno Unito firmarono un trattato che bandiva gli esperimenti nucleari nell’atmosfera e nei mari, spinti dall’appello dell’enciclica di papa Giovanni XXIII che auspicava il dialogo tra superpotenze e la fine della corsa agli armamenti.

Di lì a poco i protagonisti di quegli sforzi scomparvero dalla scena, compreso JFK assassinato mentre sfilava su una limousine decappottabile con la moglie Jacqueline, nella Dealey Plaza, a Dallas il 22 novembre 1963 alle 12.30, in circostanze non ancora del tutto chiare, a causa della reticenza a desecretare tutti i documenti riguardanti il caso.

Questo e l’uccisione prematura di quello che è stato individuato e arrestato come assassino del presidente, Lee Harvey Oswald, hanno dato vita a varie teorie di complotto che riguarderebbero una presunta cospirazione ai danni del presidente. Il ventiquattrenne fu accusato dell’omicidio di un poliziotto e dell’attentato a JFK. Egli si dichiarò innocente e dopo due giorni dal suo arresto, nei sotterranei della centrale di polizia di Dallas, mentre veniva trasferito alla prigione della contea, venne ucciso da Jack Ruby, gestore di un locale notturno, vicino alla mafia italo-americana. Per le tre inchieste ufficiali, soprattutto per quella della Commissione Warren, Oswald fu l’unico esecutore materiale dell’omicidio ma l’oscurantismo su alcuni particolari, i poteri coinvolti, testimonianze e rivelazioni nel corso del tempo non hanno fatto altro che aumentare i dubbi circa la versione ufficiale a partire dalla teoria della cosiddetta “pallottola magica”. I sostenitori del complotto, a causa di testimonianze che parlavano di uno sparo proveniente da una collinetta e dell’avvistamento di un uomo dei servizi segreti, sono convinti che i cecchini fossero due e che il foro alla schiena e quello alla gola del presidente (che poi ha proseguito verso l’addome e il polso del governatore del Texas) fossero frutto di due proiettili distinti. Secondo le teorie non ufficiali, Oswald fu solo un capro espiatorio mentre per i mandanti bisognava guardare più in alto, verso una politica che non apprezzava lo slancio progressista di Kennedy e più in basso verso una mafia statunitense che forse era preoccupata di perdere Cuba dopo il fallimento dello sbarco alla Baia dei Porci. Ma non solo. I moventi di possibili nemici sono davvero tanti così come le teorie e i particolari oscuri di quel giorno di cui si ricordano solo ombre e figure losche.

L’assassinio di Kennedy è stato sicuramente uno degli eventi che più ha segnato la storia americana, prima dell’attacco alle Torri Gemelle, che ha turbato gli animi e non smette ancora di bruciare tra folklore, mitizzazione e complottismo.

Recandovi a Dallas, oggi, potete assistere a dei veri e propri tour che seguono precisamente quello presidenziale compiuto dalla vettura su cui viaggiavano il presidente e sua moglie e che addirittura inscenano il momento della sua morte.

JKF divenuto famoso per le sue scappatelle extraconiugali, con la sua precoce dipartita ha aperto un’altra voragine nera nella storia americana, dando spunti a innumerevoli teorie, libri, film e cultura pop, diventando un altro simbolo per gli americani, l’ennesimo talismano da stringere per sentirsi parte di quella magia straziante che crea un unico lamento comune, tutti stretti davanti alle televisioni, guardando il corpo del presidente morto e gli schizzi di sangue riflessi sulla first lady.

 

 

Maria Cristiana Grimaldi

Disegno di Simone Passaro

Vedi anche: A Ghost Story: Essere e Tempo