No alla censura, sì al supporto sanitario: la Dottoressa Francesca Perri non ha paura di dire la verità

Noi de La Testata – TLI crediamo in un giornalismo che sia lotta per la verità e denuncia sociale.

Per questo non ci è passata inosservata l’ingiustizia subita dalla Dottoressa Francesca Perri, medico emergentista che lavora a Roma.

La Dottoressa ha sempre messo al primo posto il suo lavoro, battendosi per i diritti di pazienti e operatori della Sanità.

Infatti, nel suo curriculum annovera importanti ruoli civico – sanitari: da 15 anni è Dirigente medico Ares 118, è Sindacalista territoriale Anaao, vicepresidente area centro – Italia della società scientifica S.I.S.118 e, in più, Responsabile Sanità di Risorgimento Socialista.

Mai, dopo tanto impegno, avrebbe immaginato che lo scorso 30 aprile, le sarebbe stato inflitto un provvedimento disciplinare.

Perché?

Perché il 6 aprile sulla rivista Il Tempo di Roma ha denunciato le condizioni di inadeguatezza e di precarietà in cui giace il servizio sanitario.

La Dottoressa è stata perciò citata con l’accusa di aver danneggiato l’immagine dell’azienda. Il 23 settembre la sanzione ha stabilito la sua successiva sospensione senza stipendio per l’intero mese di novembre.

Ci chiediamo retoricamente: il provvedimento è la reazione a un’effettiva calunnia o è una palese censura? La risposta sarà altrettanto retorica.

Farsi portavoce della verità, specie se scomoda, è un gesto di coraggio e un proclama di libertà.

Non possiamo accettare simili repressioni, a maggior ragione considerando che non è la prima volta: abbiamo avuto casi del genere in Campania e in Friuli-Venezia Giulia, dove agli operatori sanitari è stato impedito di rilasciare interviste.

Per quanto riguarda la mia esperienza con la Dottoressa Perri, devo dire che la nostra è stata un’intensa chiacchierata. Uno squarcio del velo di Maya, che spesso le istituzioni provano a porci davanti agli occhi, grazie all’esperienza di una professionista competente e onesta.

Nelle sue parole ho avvertito l’appello corale di tutto il personale sanitario ormai stremato.

Volevo cominciare la nostra conversazione informandomi su come stesse trascorrendo questi giorni di sospensione. Ma ho ricevuto una bellissima notizia: la Dottoressa mi ha spiegato che, in realtà, in quel momento si stava recando alla sua Postazione per svolgere il turno di notte.

Gli accusatori si sono ravveduti?  Magari, si tratta di un caso fortuito.

«La sospensione è nulla perché hanno superato i termini tra la data del provvedimento disciplinare e quelli in cui è stata comminata la sanzione. Il CCNL stabilisce che ciò debba accadere entro 120 giorni, invece ne sono passati 147. Perciò la sanzione è nulla e il sindacato Anaao ha mandato una diffida all’Azienda, la quale non ha potuto impedirmi di lavorare. Quindi ho ripreso il mio turno regolare.

Tuttavia non è finita qui: siccome in Italia la burocrazia è imperante, per legge nessuna cosa è nulla se non lo stabilisce il giudice, per tanto il ricorso va avanti…

Questo calvario è cominciato da quando mi è giunto il provvedimento.

È stato decisamente inaspettato, dal momento che ho lavorato per 15 anni con questa Azienda, senza mai chiedere nulla, senza saltare turni ,se non per necessità, proprio perché credo nel mio lavoro. Ciò nonostante, mi faccio rispettare, non sono una che abbassa la testa.

Durante l’epidemia abbiamo lavorato da cani, correndo a destra e manca, facendo più del nostro dovere… e questo è il premio! Psicologicamente è stato devastante, per fortuna  ho un carattere forte.

Non ne ho parlato con nessuno prima di un certo periodo, perché procedevo per via sindacale, ma comminata la sanzione il 23 settembre, era mio dovere far conoscere la mia storia, per far capire che questa vicenda ha tramortito non solo la voce di un lavoratore, ma anche una voce sindacale.»

La telefonata entra nel vivo. La Dottoressa trasmette la sua forza anche dall’altra parte della cornetta. Le pongo alcune delle domande che avevo in programma.

L’opinione pubblica si chiede: perché siamo arrivati così impreparati alla seconda ondata? Ci sono delle responsabilità imputabili?

«Mi dispiace dirlo, non voglio criticare il governo di per sé, ma in questi sette mesi non hanno fatto nulla per potenziare la sanità pubblica. Questo perché non ne hanno interesse: nel momento in cui si è capito che attorno alla sanità si può speculare, hanno investito tutto nelle private. Chi pensa ai soldi in ambito sanitario è un affarista, non un essere umano.

Non hanno potenziato il territorio, non hanno aggiunto posti letto, non hanno assunto il personale sanitario che mancava a tempo indeterminato. Hanno fatto assunzioni a tempo determinato di giovani medici e infermieri appena laureati mandati in trincea inesperti…  alcuni hanno rinunciato perché non si sentivano abbastanza pronti per affrontare il Covid. Per fronteggiare la situazione è necessaria la presenza di medici con una certa esperienza.

Noi, personale sanitario, ci sentiamo abbandonati a noi stessi, ci dobbiamo arrangiare per quel che possiamo. Lo Stato non c’è, né quello regionale né quello nazionale. Ognuno pensa di avere il primato, di avere la verità in tasca, ma non è così. Fanno la guerra tra di loro e ci andiamo di mezzo tutti.

Come si spiega l’aumento dei posti letto per il virus? Hanno deviato quelli dedicati alle altre patologie, tagliandoli per trasformarli in Covid.

Posso fare per certo un esempio: al San Filippo Neri di Roma Nord, che conta 200 posti in totale, ora ce ne sono 160 per Covid e 40 per il resto.

Il problema è che le altre patologie non si sono fermate.

Anche per il 118, non c’è differenziazione di impiego: passiamo indifferentemente dai pazienti sospetti o accertati Covid, a  pazienti con patologie Tempo-Dipendenti.

Ovviamente, per i pazienti Covid si perde tanto tempo per la vestizione con vari Dispositivi di Protezione Individuali (DPI), poi giunti in Ospedale, a volte si fanno file chilometriche per fare il triage al paziente, se non addirittura assisterlo in ambulanza, in mancanza di barelle in Ospedale, per 6-7-10 ore, sono scene viste sui media in questi giorni ovunque in tutta Italia, anche nella Capitale.

Quindi capita che essendo le ambulanze bloccate nei vari Ospedali, non ce ne siano più disponibili per i soccorsi sul territorio. Quando finalmente riusciamo a liberarci, altro tempo si perde per la vestizione e per la sanificazione del mezzo, che ci dobbiamo fare da soli.

Diciamo che la media, per un soccorso Covid, richiede almeno 3 ore di tempo.

Gli ospedali sono tutti sovraccarichi di lavoro. Si sarebbero dovuti attrezzare con più posti letto dedicati, con percorsi e personale esclusivamente rivolti ai casi Covid, invece a distanza di 7 mesi dalla prima ondata, sono stati fatti gli stessi errori della prima, shiftando i posti letto e il personale da altri Reparti.

Sì, hanno aperto qualche grande capannone, ma alla fine poco utilizzati.

Hanno fatto grandi proclami, ma non quello che serviva: sopperire alle carenze strutturali che esistevano già da tempo nel Servizio Sanitario Pubblico.

Hanno dato molti posti Covid a cliniche private convenzionate dove, se un paziente presenta una complicanza, siccome non hanno i macchinari e il personale idoneo, si è costretti a ricorrere a noi del 118, affinché il malato venga trasportato in una struttura pubblica. »

C’è un messaggio che vuole lanciare? Come possiamo nel nostro piccolo “aiutarvi ad aiutarci”?

«Fidatevi degli operatori sanitari che sono sempre in prima linea a tutelare i vostri interessi. E se qualcuno risponde sgarbatamente è da comprendere: dopo 12 ore di turno, in cui oltre al lavoro proprio si fa anche quello altrui, siamo veramente sfiniti. Non sfogatevi con noi, ma protestate dove serve, cioè sotto i palazzi della politica.

Non è possibile che prima eravamo eroi e angeli e ora siamo i colpevoli, gli untori.

A tal proposito, a marzo avevano provato a far passare in Parlamento, in uno dei decreti del Governo, un emendamento in cui, con il pretesto di  difendere gli operatori sanitari da eventuali denunce, in realtà volevano difendere le strutture sanitarie e manageriali, chiedendo una sorta di immunità per gli eventuali errori che sarebbero potuti accadere. Per fortuna, abbiamo bloccato questo tentativo, facendo per la prima volta fronte comune sia con i sindacati medici sia con il comparto sanitario.

La responsabilità è tutta in capo alla politica, ma volevano scaricarla su di noi.»

Nonostante le numerose delusioni, non è venuta meno neanche per un secondo al giuramento di Ippocrate.

«Certo, perché chi ha scelto questo mestiere lo ha fatto con consapevolezza. Si tratta di una vita di sacrifici, in primis di studio e di dura esperienza maturata negli anni. Il nostro dovere  è quello di prodigarci per gli altri. Però chiediamo che almeno questo ci venga riconosciuto. E non parlo in termini economici, perché in sanità non si può ragionare così, come ho detto prima. Rispettate il nostro lavoro e noi continueremo a fare del nostro meglio.

Fate attenzione a chi non tiene veramente alla Salute, ma solo alla carriera. Nel momento in cui vanno in tv coloro che sminuiscono la portata dell’epidemia – e il governo e i media danno loro retta – non fanno altro che disorientare la popolazione, alimentando la confusione e il malcontento, e facendo aumentare il numero dei negazionisti.

Pensa che dietro il provvedimento ci siano attacchi ad personam o è una linea generale contro i medici che “si permettono” di dire come stanno le cose?

«È sicuramente un discorso generale perché le persone come me, che dicono sempre la verità e non sono ricattabili, sono scomode.

Il messaggio che vogliono far passare è: ne colpiamo uno per educarne cento.

A maggior ragione se  ad essere colpita è una persona  che ha un po’ di voce in capitolo, per l’attività sindacale, scientifica e politica.

Io, dal mio canto, sono contenta di essere moralmente integra. Non mi piegheranno.

Se tornassi indietro, rifarei il medico perché mi piace essere utile alla società.»

In questo dilagare di informazioni contrastanti non si capisce più nulla. Può aiutarci a fare un po’ di chiarezza?

«Si è creato un terrore sbagliato. Non c’è adeguata informazione, ma mistificazioni.

A parte quelle che già sappiamo, è importante aerare gli ambienti, come dico sempre nelle case dei pazienti che vado a soccorrere.

Abbiamo scritto una lettera con altri 100.000 medici in cui abbiamo spiegato bene  perché questo virus è diverso: ha un elevato grado di contagiosità e scatena una reazione infiammatoria abnorme nel nostro organismo, abbiamo chiesto di potenziare il territorio, di agire anche con farmaci off label sin dai primi sintomi.

Il concetto è: se rispettiamo le regole base – ossia mascherina , distanziamento di almeno un metro, igiene delle mani e delle superfici di casa, l’aerazione dell’ambiente – andrà tutto bene.

Il trattamento precoce può fare molto nel bloccare la progressione della malattia: un antifiammatorio potente (e il paracetamolo non lo è), un antibiotico del gruppo dei macrolidi – che hanno un’azione immunomodulante – eparina a basso peso molecolare, cortisone se ci sono sintomi respiratori.

Il tutto accompagnato ad una corretta idratazione, un’alimentazione sana e nutriente e complessi vitaminici, può evitare l’ospedalizzazione e portare a guarigione.

Queste semplici informazioni non sono state diffuse adeguatamente, ai pazienti è stata data indicazione di monitorare la febbre e di prendere un antipiretico, partendo dal concetto che per i virus non ci sono terapie specifiche, se non i vaccini, per i quali ci vuole tempo.

I due farmaci antivirali in uso Remdesivir e Tocilizumab, sono solo ospedalieri e vengono utilizzati in fase conclamata di malattia, per cui hanno dato risultati non sempre brillanti.»

Si allinea agli altri medici sostenendo la necessità del lockdown?

«Sì, penso che se continua questa crescita esponenziale sia necessario un lockdown totale, lasciando aperti solo i servizi essenziali. Tuttavia anche qui il problema sono i soldi e bisognerebbe prima supportare chi ne ha bisogno.

Come mai in Lombardia ci sono tanti casi? Perché le fabbriche sono sempre state aperte – addirittura quelle belliche – e fioccano testimonianze di lavoratori senza le protezioni.»

Io e la Dottoressa concludiamo amaramente la telefonata constatando il senso di impotenza e di angoscia che ci attanaglia tutti e come questa pandemia abbia acuito le gravi pecche del sistema e le disuguaglianze sociali.

Una discussione tosta, certo, ma anche chiarificatrice, ricca di spunti e capace di evidenziare, grazie alla visione di chi sta vivendo questa epidemia sul fronte più duro, quali devono essere i punti su cui intervenire tempestivamente per evitare di sfociare in una vera catastrofe. Bisogna agire.

 

Giusy D’Elia

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