Sessanta volte Diego, storia anarchica di una rivoluzione popolare

Diego compie sessant’anni.

Diego, basta. Punto.

Potremmo concederci l’ardire di non pronunciare un cognome perché nella liturgia della tradizione popolare autoctona Diego è concetto, è racconto metaletterario, è scienza e fantascienza, icona pop.

Diego è fede congiunta al binomio tra eroismo popolare e pallone. Diego è inevitabilmente Armando Maradona.

Diego è profondamente vivo, tra carne e simbolo. Diego scandisce il filo invisibile di un lungo laccio sudequatoriale che unisce Napoli e Argentina, nella celebrazione di un seconda natalità sacra (ma cattolicamente profana), quella del 30 Ottobre: la nascita del Pibe De Oro.

Era infatti proprio in quel giorno d’autunno quando Tata e Don Diego annunciano la nascita del quinto figlio, il primo dopo quattro sorelle. Pochi anni dopo quelle prime immagini in bianco e nero, un terreno polveroso che si innalza come nuvole attorno al suo astro. Il piccolo Diego palleggia con un vecchia pelota e un paio di scarpe rotte, nella periferia di Buenos Aires, Villa Fiorito. La fotografia di immense distese di fabbricati, casette, argentini figli di un dio minore di provincia, a ballare la milonga nella speranza di un domani migliore. Villa Fiorito è la periferia est, i quartieri, i vicoli, le case popolari di tutto il mondo, è la terra di uno scugnizzo geniale che parla spagnolo.

Luglio 1984, all’epoca e nella città che qualcuno definisce con pregiudizio arretrata, nel divario economico e industriale d’Italia: Napoli. In quel Sud caciarone e folkloristico, povero e sognate arriva lui, Diego. Tremila lire di biglietto per l’accesso allo stadio San Paolo, a vedere la presentazione del nuovo acquisto, l’ex numero dieci del Barcellona, ma con precisione a vedere cosa, in settantamila o giù di lì a chiederselo ma volendoci essere, testimoni di un sogno. Maglia bianca griffata Puma nei jeans stretti, sale gli scalini, pugni al cielo e ovazione. Comincia così un connubio tra popolo e un Masaniello in casacca azzurra, un rapporto ancestrale e viscerale che scinde dal semplice tifo, Maradona rappresenta con quel viso indio e i capelli indomabili l’estetica di un rivoluzione meridionale. L’audacia del popolo di banchettare al grande tavolo degli dei o semplicemente dell’accettazione sociale, attraverso lo sport, attraverso il calcio, attraverso i numeri straordinari di un mito che si è fatto uomo.

Uomo in ogni sua sembianza fatto allora di chiari e di scuri, di inevitabili prezzi da pagare per un patto con il diavolo. I processi per detenzione e uso di stupefacenti, i problemi con il fisco e quelli con la salute, le relazioni extraconiugali, i difficili rapporti con i figli. Insomma come capeggia nello straordinario murales di San Giovanni a Teduccio un “dios umano”. Umano nelle sue debolezze ma straordinario mito nelle sue prodezze. Trascinatore della sua Argentina ai mondiali messicani del 1986, una nazione vessata da polemiche sportive, dalla disfatta della guerra delle Folkland che si prende il tetto del mondo grazie al suo Diez. Scudetti e coppe (tra gli unici) consegnati alle bacheche del Napoli calcio e racchiuse nello scrigno di una squadra da nomi che ancora oggi risuonano come tamburi fieri di una tribù guerriera: Bruscolotti, Careca, Bagni, Giordano, Garella, etc.

Maradona consegna agli anni trofei, gol e prestazioni per poi lasciare il club nella primavera del ’91. Quasi fuggendo, eroe vittima forse della sua stessa grandezza, della pressione mediatica e giudiziaria, dell’ingombrante essere l’uno assoluto di una città di passioni e perdizioni. Amante di una donna, la partenope a cui non si poteva più dare tutto da calciatore e sportivo. Un’era sportiva brevissima, sette anni, ma talmente significativa da risuonare nella cultura locale ancora fortissimamente. Maradona è nelle strade, nei quartieri, nelle periferie, attraverso murales, statuine, poster, iconografie, capelli miracolosi, magliette, adesivi, pizze e perfino fuochi d’artificio. Resta nell’orgoglio di un racconto che si trasferisce di padre in figlio, resta la mitologia di una città che diventa sud del mondo per rialzare la testa e prendersi tutto con la sfrontatezza di uno scugnizzo di Villa Fiorito.

Parafrasando lo storico telecronista Victor Hugo Morales al termine di Argentina- Inghilterra, quella del gol più bello del secolo, “grazie Dio, per il calcio, per Maradona e per queste lacrime”.

Tanti auguri Diego.

 

Claudio Palumbo

Disegno di Simone Passaro