Kafka sui pattini

Ore 5:00 del mattino, sono sveglio, mi guardo intorno. Dove sono?

Questo posto non assomiglia al mio appartamento, nonostante anche esso non sia un granché.

È un piccolo appartamento, altezza Museo, tra il contenitore dell’umido e quello del vetro; trovato grazie ad un annuncio letto una mattina mentre ero in giro nei Quartieri Spagnoli. 

Quindi ricapitolando, se questa non è casa mia, allora dove sono? Mi guardo intorno, nulla di familiare se non il ricorrente dolore alle zampe posteriori, quello che di solito provo ogni volta che ho corso troppo, sforzando il mio corpo tutt’altro che atletico. Avrei bisogno di un paio di pattini ma sto divagando. Cerco di mettermi in piedi spostando tutto il mio peso sulle zampe, do un’altra occhiata in giro; sono solo, o meglio solo con una forte emicrania, è così assordante e presente che mi riesce difficile pensare ma devo concentrarmi. Esco da quel cunicolo umido e roccioso, ora sono in strada, Napoli dorme ancora.

Mi trascino al centro del marciapiede, alzo gli occhi al cielo con la speranza di trovare un cartello segnaletico e capire finalmente dove sono. Sforzo la vista per vederci meglio da lontano, leggo qualcosa: “metro di Salvator Rosa”, bene ci siamo, ora so dove mi trovo. Ma perché sono qui?

Stanno spuntando i primi raggi di sole, è l’alba. L’aria è ancora fresca, decisamente perfetta per intraprendere la mia discesa verso casa. Avrei bisogno di un paio di pattini, ci impiegherei sicuramente la metà del tempo. Incomincio la mia traversata come uno di quei pellegrini cristiani alla ricerca della famosa terra promessa, nel mio caso sto bramando le sicure mura della mia abitazione. E proprio come un viandante troppo lontano da casa, prego di non imbattermi in qualche ostacolo lungo il mio percorso, e per ostacolo intendo un paio di piedi giganteschi pronti a schiacciarmi, quelli sì che sono degli spietati predatori.

Le strade sono abbastanza silenziose, ogni tanto nell’aria echeggia il rumore di un’auto che sfreccia, devo cercare di ricomporre i pezzi della sera precedente e capire perché ero lì… Nulla, non riesco davvero a capire cosa mi sia successo, mi sento stordito come dopo una pesante sbornia, eppure sono quasi sicuro di non aver bevuto nulla la sera prima, ma nonostante ciò sono imbottigliato in un lapsus, in un limbo tra caos e disorientamento. Sento una strana ansia nascere dal mio petto e posarsi proprio sopra la bocca dello stomaco, vorrei fermarmi ma non posso e non devo ma c’è qualcosa che non va, lo percepisco. Continuo a camminare, accelero il passo, ora a sinistra e poi diritto fino a destra, ma sento qualcosa che si avvicina sempre di più, il pavimento trema, mi giro, le vedo. Un paio di sneakers giallo canarino taglia 42 si avvicinano pericolosamente a me, corro. Avrei bisogno di un paio di pattini ma al momento ho solo le mie zampette e nemmeno tanto veloci. Sto correndo incessantemente, ho perso l’orientamento, va tutto troppo veloce.

Diritto, sinistra, destra. Diritto, sinistra, destra. Le scarpe mi stanno ancora inseguendo, proprio come ieri sera… Ah, ecco cosa mi era successo, un paio di sandali da francescano, mi stavano inseguendo, e così io, nel disperato e patetico tentativo di salvarmi, avevo iniziato a scappare come un povero dissennato, prendendo strade diverse rispetto a quella di casa, trovandomi lì, nella a me sconosciuta Salvator Rosa.

Ritorno al presente, abbandono lo spiacevole ricordo della sera passata, per dare spazio ad una nuova paura, ora sempre più vicina. Giro di scatto la testa indietro, le sneakers ormai sono solo una macchia gialla che si muove troppo velocemente verso di me. Manca poco, devo solo girare verso destra e sarò salvo. Ancora pochi passi, forse dieci ma non so perché la distanza da percorrere mi sembra infinita. Continuo a correre, ora i passi sono sette ma l’aria sta cambiando, ora il vento è più forte, sono vicini. Ora sono cinque, percepisco il loro odore, piedi sudati. Quattro, ci sono quasi ma ora la loro ombra mi ha totalmente oscurato dai raggi del sole. Tre, due, uno; con una scivolata entro in casa.

Sono disteso per terra, non ho più forze né respiro, ce l’ho fatta quasi non riesco a crederci. Mi giro sul dorso, guardo in alto, sono stremato.  “Avrei bisogno di un paio di pattini!” Riesco a pensare solo a questo.  

 

Fiamma Olivieri 

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