Non solo 27 gennaio: Yolocaust ricorda tutti i giorni

Con Yolocaust, l’artista israelo-tedesco Shahak Shapira espone in un progetto fotografico che non lascia spazio a fraintendimenti, la pochezza di quanti si sono lasciati immortalare all’interno del Memoriale di Berlino con pose da supereroi.

E non solo.

Sono infatti frequentissimi gli scatti sconsiderati di turisti o presunti tali, che in visita presso luoghi di morte e di tortura, vengono presi da chissà quale impeto da ginnasta, equilibrista, giocoliere e si mostrano sorridenti, in pose tattiche, laddove migliaia di persone hanno perso non solo la vita, ma anche la dignità di essere umano.

L’esigenza del selfie ad ogni costo, della spettacolarizzazione del proprio viaggio, si scontra violentemente con dei luoghi che vanno interpretati nell’intimità di chi decide di visitarli e trova la propria reinterpretazione accostando il soggetto in evidenza ad uno sfondo di devastazione, massacri, cadaveri ammassati crudi e senza filtri a cui la storia ci ha abituati. Il giocoliere con le sue palle rosa non è più un artista che sfoggia la sua abilità tra semplici muri grigi, diventa dunque un subumano che esibisce la sua abilità in un contesto di morte e il risultato è tutt’altro che una foto da utilizzare per i propri social.

Sarà forse il calcestruzzo grigio scuro a suscitare l’idea che un selfie giocoso sia adeguato?
No, non è solo una questione di aspetto moderno della location che si presta suo malgrado a questo scopo.
Non mancano anche fotografie che hanno per appoggio i fili spinati di Auschwitz, i forni.

Shapira ha anche fornito la possibilità alle persone che si riconoscevano nelle immagini di chiedere la rimozione immediata, scrivendo a un indirizzo mail dal nome assai evocativo: undouche.me@yolocaust.de, una volta che il rimorso o la semplice ridicolizzazione li avessero colpiti nel profondo.
La più assurda considerazione è che debba sopraggiungere un senso di vergogna e di consapevolezza solo in seguito al pensiero di “sfigurare” poiché posti dinanzi alla propria pochezza, alla propria diseducazione morale.

Cosa può cambiare affinché non sia mai più necessario arrivare a dover ridicolizzare il prossimo per ottenere il rispetto della memoria?
Sicuramente dal canto nostro non ricordare soltanto nel giorno del 27 gennaio, ma fornire un’educazione all’affettività che non implichi solo le nozioni di “Se questo è un uomo”, bensì garantire anche lo sviluppo dell’emotività in modo da riconoscere le radici del male, prima che questo diventi la normalità, universalmente accettata poiché protetta dalla banalizzazione della facciata social.

Non è solo uno scatto.

“Educazione non è memorizzare che Hitler ha ucciso sei milioni di ebrei. L’istruzione è capire come è stato possibile che milioni di persone comuni fossero convinte che fosse necessario farlo.
L’istruzione è anche imparare a riconoscere i segni della storia, se si ripete” – Noam Chomsky.

 

Alessandra De Paola

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