Social, fake news e politica: quando le notizie fanno i fatti

A primo impatto questi tre termini non sembrano avere nulla in comune, eppure le nuove tecnologie, con l’avvento dei social network, hanno assunto ormai un ruolo determinante nelle decisioni politiche del globo.

Andiamo negli States dove sono previste, per il 3 novembre di quest’anno, le elezioni presidenziali.

Già nel 2016, durante lo scontro al cardiopalma tra i repubblicani guidati da Donald Trump e i democratici di Hillary Clinton, erano stati subodorati interventi stranieri per favorire la scalata al potere del tycoon.

Dopo una serie di indagini, infatti, è stata praticamente provata una forte ingerenza russa nel corso della campagna elettorale. In che modo ciò è potuto accadere?

È stata forse la prima volta in cui è stato fatto un uso così massiccio e arbitrario di informazioni e reti di divulgazione (tra cui, su tutte, il web).

L’intelligence russa ha hackerato profili legati al democratic party diffondendo informazioni sconvenienti e controproducenti per lo schieramento rivale, bombardando poi i social networks di notizie (a volte anche inventate di sana pianta, ma con un minimo di credibilità) atte – per dirla in breve – a far apparire i democratici come dei veri poco di buono corrotti e menefreghisti.

Cervello di una simile operazione di propaganda sembra essere stato un magnate russo alleato di Putin a capo dell’IRA (Internet Research Agency). Tale azienda, servendosi di materiale secretato e pura inventiva, ha dato vita ad un circolo enorme di fake accounts che hanno condiviso per giorni presunti scoop, gossip e attacchi diretti alle alte sfere della fazione nemica del multimiliardario imprenditore americano.

Di certo non fu questa l’unica motivazione che portò alla disfatta della Clinton, ma resta il fatto che il popolo americano si lasciò in parte condizionare da ciò che leggeva online.

La nostra non vuole essere una stereotipata accusa ad una fetta di elettorato, perché se ci riflettiamo, in quanti si documentano davvero su ciò che apprendono dai loro display? Chi ha il tempo o la voglia di ricorrere a fonti ufficiali, testate di qualità indiscussa, lunghi articoli con previsione di lettura superiore ai due minuti?

Questa è la dura realtà: oggi tutto ciò che è breve e istantaneo è informazione. Se si tratta di qualcosa di sensazionale (pur se non corrispondente a realtà) tanto meglio. Ecco spiegati i titoli bait che fanno da specchietto per le allodole, i grassetti e i maiuscoli che si sprecano, i termini altisonanti disseminati senza parsimonia nel testo. Nella società dell’immediatezza in cui viviamo, il lettore seleziona ciò che gli interessa in un lasso di tempo infinitesimale in cui l’unico criterio di valutazione molte volte, per istinto naturale, risulta essere solo la straordinarietà dei fatti di cui sta per “informarsi”.

Non ne siete convinti?
Allora come si possono spiegare le platee di negazionisti del Covid?
Le insensate e pericolose manifestazioni dei gilet arancioni del generale Pappalardo? Vedete, casi del genere non succedono solo negli USA.

In ogni caso, torniamo alle elezioni per il presidente americano che si terranno quest’anno. Abbiamo parlato di tutta la questione IRA avvenuta nel 2016. Ormai gli statunitensi avranno imparato la lezione e non sarà permessa più alcuna influenza esterna, giusto? Questo è tutto da vedere.

Pare infatti (e lo testimonierebbe il New York Times, quindi in questo caso la fonte è più che attendibile) che l’Internet Research Agency abbia riaperto i battenti e si stia preparando a dare nuovamente manforte a Trump.

Facebook e Twitter hanno iniziato una vera e propria battaglia contro post, account fasulli e notizie fuorvianti o non provate.

Nota divertente: a inizio settembre almeno un paio delle centinaia di migliaia di tweet, che erano stati eliminati, provenivano nientepopodimeno che dalla penna digitale di Trump, accusato in quest’occasione di aver distorto i dati ufficiali sui morti per coronavirus.

Insomma, la volontà dei social sembra essere, stavolta, quella di non fare sconti a nessuno. Ma non è il momento di cantare vittoria: Zuckerberg ha già segnalato un aumento dell’attività di profili falsi con indirizzi IP russi e l’IRA, rimessasi in moto, ha deciso di assumere (a loro insaputa) giornalisti americani per confezionare prodotti più appetibili ai complottisti nordamericani.

Lo so, con tutto questo parlare politichese vi ho fatto crollare le palpebre, ma se siete giunti fin qui – coraggiosi – sappiate che vi siete meritati un’ultima fake news assurda ma anche per questo divertente.

Siamo sempre con le presidenziali del 2016 alle porte. Tra le email indebitamente sottratte a John Podesta (molto vicino allora alla Clinton) e rese pubbliche da Wikileaks, qualcuno – impossibile dire come – credette di scovare tra le righe una conversazione in codice. L’argomento di tali segretissime discussioni?

Un giro di traffici umani e abusi di minori che si sarebbero tenuti sfruttando i magazzini di ristoranti e pizzerie, con la connivenza della candidata presidente. Queste simpaticissime e assolutamente randomiche rivelazioni iniziarono a rimbalzare in internet fino a convincere migliaia di persone.

State strizzando gli occhi chiedendovi come si faccia a credere a una balla del genere? Come avrebbe detto Primo Levi: «meditate che questo è stato».

A riprova di ciò, nel dicembre 2016, uno dei più convinti seguaci di quest’ipotesi decise di verificare direttamente la veridicità delle asserzioni, recandosi al Comet Ping Pong a Washington DC (una delle pizzerie vittime della bufala) armato di fucile e pronto a salvare centinaia di vite umane. Vi parrà “strano”, ma il tizio non trovò nulla, se non dei poliziotti pronti ad accompagnarlo in centrale.

La morale della favola è vecchia, ma è sempre bene tenerla presente: non credere agli asini che volano! Il segreto è il discernimento e la capacità di giudizio critico.

Occhi aperti!

 

Giusy D’Elia

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