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Fat shaming e Body positivity: l’amore per sé al di là della vergogna

Il termine inglese Fat shaming si riferisce alla vergogna e alle umiliazioni legate al grasso.

Il termine inglese Fat shaming si riferisce alla vergogna e alle umiliazioni legate al grasso.

Il Fat Shaming è strettamente connesso alla Fat Fobia, ovverosia la paura del grasso.

Siamo portati a temere l’idea di ingrassare, perché la società ci insegna che essere grassi è rivoltante, sbagliato, brutto e che non saremo accettati finché non avremo un fisico asciutto e snello. 

Proprio perché la società, i giornali e la televisione promuovono un certo tipo di corpo, dicendo agli uomini, ma soprattutto alle donne, come apparire, ci si sente in diritto di dire agli altri come dovrebbero essere, ma non è affatto giusto. Il corpo degli altri non ci appartiene, perciò non è un nostro diritto dire loro cosa farne. 

Non tutti hanno cattive intenzioni, a volte una parola di troppo sul peso ci viene da un parente o da un’amica preoccupati per la nostra salute, ma dire a un obeso che è grasso, che dovrebbe mettersi a dieta, prenderlo in giro perché il suo corpo non si adatta allo standard peggiora solo le cose. Far vergognare qualcuno per il proprio aspetto non lo sprona a cambiare, ma lo fa solo vergognare di più e la vergogna può sfociare nella depressione o in atteggiamenti autodistruttivi tra cui, ovviamente, comportamenti alimentari sbagliati.

Tra l’altro, non tutte le persone in sovrappeso lo sono per motivi legati al cibo. Magari una persona grassa ha problemi di tiroide o sta facendo una cura di cortisone che l’ha fatta ingrassare oppure è geneticamente predisposta al sovrappeso. Ci sono tantissimi fattori che possono influire sul peso di una persona e non ci si deve affrettare a giudicare e denigrare.

A questo si collega il Body Positivity, un movimento che negli ultimi anni ha preso piede sui social e che promuove, appunto, un atteggiamento positivo verso il proprio corpo, l’accettazione di pregi e difetti, non importano taglia, forma, colore, ecc. Checché se ne dica, il Body positivity non è una glorificazione dell’obesità, ma un modo di dire “anche se non rientro nel canone sociale di bellezza, io mi voglio bene e merito il rispetto come tutti gli altri”. 

Vero è che c’è chi ha travisato questo messaggio e promuove uno stile di vita sbagliato e modelli poco sani, ma quelle persone non rappresentano veramente il Body Positivity e dunque non vanno incluse nel movimento.

Pensiamo al caso di Adele. La cantante nell’ultimo anno ha perso molto peso e il web si è diviso in due fazioni: da una parte quelli che l’hanno osannata per il dimagrimento, dicendo che ora è bellissima, come se prima non lo fosse; dall’altra persone furenti, che hanno vissuto questa trasformazione come un tradimento, perché prima le curve di Adele rappresentavano un modello di corpo tenuto in poco conto dai media.

Bisogna sempre tener presente che il Body Positivity non è solo per donne obese, è per chiunque: persone basse, alte, magre, con deformità fisiche e qualsiasi altra cosa vi venga in mente. Il movimento vuole ridare dignità ai corpi bistrattati dalla società, diffondere amor proprio, non promuovere l’ennesimo modello di corpo uguale per tutti. Ricordiamo che i corpi sono diversi, hanno forme e strutture diverse, dunque come si può pretendere che tutti abbiano il medesimo aspetto?

Siamo diversi e dovremmo smettere di voler emulare gli altri. Il nostro corpo, insieme alla nostra mente, ci rende unici e dobbiamo amarlo sempre nella sua unicità, con pregi e difetti, in salute e in malattia. Questo è il vero messaggio del Body Positivity.

Claudia Moschetti

Vedi anche: Body shaming: il mio corpo non è affar tuo

Claudia Moschetti

Claudia Moschetti (Napoli, 1991) è laureata in Filologia Moderna e scrive per un sito universitario. È, inoltre, recensora presso il blog letterario Il Lettore Medio e redattrice per il magazine La Testata. Dal 2015 collabora alla fiera del libro gratuita Ricomincio dai libri, di cui è anche organizzatrice.

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