Il designer: tra mito e anonimato

Chi è “il designer”, o meglio, un designer?

“Il designer è un progettista dotato di senso estetico, che lavora per la comunità”, recita Bruno Munari in Artista e Designer.

Insomma, quando guardiamo a una grande opera d’arte la composizione si sposa alla perfezione con l’immagine storica e culturale che abbiamo dell’artista che l’ha creata. Perché non succede lo stesso con un pezzo di design anche per “i non-addetti al lavoro”?

Chi ha mai detto “che grande questo designer”? Beh, io sì. Quello che succede con i cosiddetti “oggetti di design” è che, se funzionano bene, entrano a far parte della nostra vita quotidiana, finiamo per dimenticarci che dietro c’è qualcuno che li ha ideati, o meglio, progettati. Perché sì, letteralmente e senza inglesismi, un designer è un progettista: egli non produce opere d’arte, ma oggetti. Secondo Munari, che ha operato affinché si distinguesse, appunto, tra artista e designer, il secondo non ha stile, gli interessa risolvere i problemi in modo ottimale. La sua massima aspirazione è creare e progettare oggetti in modo naturale: insomma, proprio come la natura.

Pensate a un’arancia: dalla forma degli spicchi, perfetta per la bocca umana, alla materia e al colore dell’imballaggio, al fatto che ogni contenitore sia avvolta da una pellicola plastica e al “debolissimo adesivo che tiene uniti gli spicchi tra loro”. Per non dimenticare, l’oggetto è uguale in tutte le sue varie parti e gli spicchi contengono un piccolo seme della stessa pianta, piccolo omaggio che la produzione offre al consumatore. Persino il colore è esatto, in blu sarebbe totalmente sbagliata. L’arancia quindi è un oggetto quasi perfetto dove si riscontra l’assoluta coerenza tra forma, funzione, consumo. Ma quando guardiamo un’arancia, raramente pensiamo a chi l’ha creata (forse qui il problema diventa deontologico…).  Il miglior progettista – ripeteva Munari nei suoi laboratori, agli allievi, ai clienti, ai committenti e agli amici – è quello che viene dimenticato, pur continuando i suoi oggetti ad esistere.

L’attività pedagogica operata da Munari per tutta la sua vita esprime a fondo la sua idea di designer come di una figura che progetta per la collettività. Non per questo motivo il suo modo di vedere questo mondo è l’unico: rappresenta sicuramente un sentire comune che deriva dai dettami della Bauhaus, per cui “Form follows function”, ma il designer può essere molto altro.

Prendete per esempio Philippe Starck, un personaggio piuttosto conosciuto per la sua eccentricità, eppure è un designer, o meglio, un industrial designer. Egli si afferma a partire dagli anni ’80 come il primo vero star-designer nella storia della sua professione. All’opposto di Munari e in generale del design italiano del Dopoguerra in cui la disciplina è democratizzata, Starck contribuisce a rendere la figura stessa del designer il medium. Il suo personal branding, un autodidatta creativo, veicola i prodotti che idea nell’immaginario dell’uomo postmoderno. Il suo obiettivo è tutt’altro che funzionale: “Dobbiamo sostituire la bellezza, che è un concetto culturale, con la bontà [goodness], che è un concetto umanista”. Amore e desiderio sono due concetti fondativi dell’approccio di Starck alla progettazione, attività a cui riconosce il compito ambizioso di “migliorare la vita della maggior quantità di persone possibile”.

Egli è la perfetta rappresentazione dell’industrial designer che comunica perfettamente, da un lato con l’industria stessa che lo reclama, dall’altra con il pubblico che si stupisce di fronte ai suoi oggetti: ne è l’emblema la Juicy Salif, creata per Alessi. Uno spremiagrumi rivoluzionario, senza un contenitore dove far colare il succo, che diventa un vero oggetto iconico, simbolo della produzione di Philippe Starck (che diventa tutt’altro che anonimo).

Insomma, il designer è, a tutti gli effetti, “l’artista della nostra epoca” perché crea qualcosa che ci fa stare bene, non guardandola ma usandola.

 

Carolina Niglio

 

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