After Life: sei inaspettatamente bella

1° gennaio: le feste sono finite, il mio fegato è contento, io un po’ meno.

2 Gennaio: Inizio della sessione invernale.

1° Febbraio: “Signore fammi uscire presto da questo inferno”.

Fine febbraio: fine sessione invernale. Mi sento n’attimino meglio. Mi dico che torno a casa per il fine settimana, mi dico che mi rilasso un paio di giorni e poi riprendo i corsi del secondo semestre.

Ma mi dico stronzate perché Mr. Conte alias Mr. Grey d’Italia mi fa sapere che effettivamente a casa ci devo restare ma PER UNA SETTIMANA.

15 marzo: siamo in pieno LOCKDOWN.

30 marzo: un mese di lockdown.

15 aprile: deliri mistici.

Fine aprile: ammazza che bello ‘sto film scritto da Hitchcock e diretto da Tarantino. Secondo me lo vince lui l’Oscar quest’anno.

Maggio: la quarantena sta mezza per finire, mi dico che forse riscoprirò il calore del sole sulla pelle, ma Conte mi manda il trilionesimo decreto che manco Dolores Umbridge e mi dice che me devo sta’ calma.

Che fuori regione non posso uscire, che la mascherina non me la posso togliere, che comunque guai a chi me tocca e io gli vorrei solo dire “Amo, cacchio mene, È INIZIATA LA SESSIONE ESTIVA”.

*Musica tragica*

Questo è più o meno il riassunto di tutti gli studenti universitari i quali nonostante abbiano, o meglio, abbiamo avuto il tempo di ristudiarci pure il programma di terza media, alla fine ci siamo ritrovati con arretrato pure il programma della prima elementare.

Insomma, come si dice, tempi duri per i sognatori.

Tra qualche nuova serie e qualche storico inevitabile re-watch, tra qualche piano di studi preparato minuziosamente e poi miseramente fallito, prendiamoci una piccola pausa e come promesso, parliamo di After Life.

After life è una serie che mi è apparsa per caso una sera mentre svogliatamente scorrevo il menù di Netflix in cerca di qualcosa di carino da vedere, qualcosa di leggero che mi conciliasse il sonno ma che soprattutto mi evitasse di stare incollata fino alle tre di notte come una pazza ossessa davanti allo schermo. Tutto inutile, ma questo è un altro discorso.

In ogni caso, devo ammetterlo, quando Netflix mi ha consigliato questa serie in seguito all’uscita della seconda, ero un po’ scettica a riguardo, ma alla fine l’indiscutibile talento di Ricky Gervais e il cagnone sulla locandina mi hanno persuasa. E menomale direi.

Per chi non la conoscesse, After Life – in solo sei episodi per stagione da 30 minuti l’uno tutti scritti, diretti ed interpretati da Gervais – racconta la vita di Tony dopo la perdita dell’amata moglie. Lisa, l’amore della sua vita, se l’è portata via il cancro e insieme a lei e al suo sorridente carisma muore un po’ anche l’anima di Tony che si sgretola al suolo come un delicato vaso di ceramica.

Adesso è tutto nero davanti ai suoi occhi: nero come la morte che cerca più volte invano e senza successo, nero come il fondo di un tunnel che non ha fine e che cerca di alleggerire nel retrogusto amaro dell’alcool e nei trip della droga, nero come il buio che trova tutte le volte che apre la porta di casa, da solo.

Eppure, nonostante sia circondato dall’amore sincero di amici cordiali, niente riesce a placargli anche per un solo istante quel dolore atroce che gli si è incollato addosso. Allora che fare?

I tentativi di suicidio risultano fallimentari, l’alcool e la droga finiscono per dargli l’illusione di un benessere inesistente solo per pochi istanti per poi far ripartire tutto ancora, ancora e ancora. Sembra non esserci via d’uscita e l’unica soluzione che gli si presenta davanti agli occhi è quella di fregarsene di tutto e di tutti iniziando a comportarsi senza morale, rifilando risposte e battute sarcasticamente scorrette e tutt’altro che delicate e smettendo di prendersi cura di sé. In fondo essere in vita per Tony diventa una carta da poter ritirare dal banco in qualsiasi momento sfruttando il jolly del suicidio.

Tuttavia, in tutte quelle pungenti battute tipiche di Gervais, si nasconde una sensibilità atroce pronta a colpirti quando meno te l’aspetti ed è in quel preciso istante che ti innamori di questa serie e che t’innamori di Tony.

In fondo Anne, una tenera signora sempre pronta all’ascolto con la quale il protagonista stringerà nel corso delle puntate un bellissimo rapporto d’amicizia, aveva ragione quando gli raccontò la parabola della rana e dello scorpione: Tony non era lo scorpione che alla fine, dopo essersene approfittato, punge la rana lasciandola morire, Tony è la rana, a testimonianza di quanto bene ci fosse in lui nonostante l’oscurità del momento.

E in fondo lui questo lo sa bene, ma crede semplicemente che quella parte buona che si nasconde dietro la sua anima sgretolata non potrà mai più tornare ora che Lisa non c’è più perché infondo il meglio di lui era lei, ma cambierà atteggiamento quando Emma, la bella inserviente che si prende cura del papà, gli farà notare che tutti a modo loro soffrono e “non hai motivo di comportarti da stronzo.”

La prima stagione dunque, passa tutta all’insegna dell’elaborazione del lutto, mentre la seconda racconta l’accettazione del fatto che alla fine le cose vanno semplice avanti, che ti piaccia o no e lo scorrere del tempo porterà il nostro Tony a lasciarsi finalmente scalfire un po’ il cuore da chi non l’ha abbandonato neppure un secondo nei momenti bui, aprendosi qualche volta alle lacrime, emozionandosi, ma soprattutto riconoscendo il bene ricevuto mostrando la sua dolce generosità nascosta da un finto cinismo.

I motivi per i quali consiglio di vedere After Life sono due: il primo è che trattare un argomento delicato ma soprattutto visto e rivisto come la morte, non è semplice, si rischia sempre di inciampare nei soliti cliché, i soliti discorsi e nei luoghi comuni. Non che questo in After Life non succeda: Tony affronta un forte periodo di depressione che spesso assalta chi subisce una forte perdita con tutto ciò che questo ne consegue, eppure, nonostante questo, mi è sembrato che Gervais riuscisse ad affrontare anche altri temi oltre quello del lutto, come la sofferenza altrui che non può essere ignorata solo perché noi per primi siamo sommersi dal dolore, o l’insoddisfazione che spesso fa eco nella vita di chiunque. Grazie poi a questo perfetto equilibrio tra dramma e comicità, la serie non risulta mai banale.

Il secondo motivo invece è che una serie come After Life è un racconto di vita vera che riesce a farti ridere, a farti piangere, che ti lascia in sospeso a pensare e ti regala un groviglio di emozioni che ti si attaccano addosso e quasi non sai più dove metterle.

Hey Ricky, ti sei preso tutte le mie lacrime e tutte le mie più grasse risate. Confido ancora nella terza stagione.

 

Adele De Prisco

 

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