Profilo di giovane attrice con vino bianco, parte II: intervista a Rebecca Furfaro

Un’attrice così brava da far dimenticare al pubblico quanto è bella. Ma bella di una bellezza selvaggia, evidente, indomabile.

Rebecca Furfaro, classe ’92, è una giovane attrice che potrebbe uccidermi per aver parlato, nel primo rigo del mio articolo dedicato a lei, della sua bellezza.

Perché sì, la bellezza naturale non è un merito guadagnato e lei è brava, intelligente, acuta, poliedrica. Diplomata al triennio della scuola del Teatro Stabile di Napoli e scelta dal regista internazionale Matthew Lenton per il suo cult Interiors, è stata di recentissimo una delle attrici della ripresa. La prima impresa performativa nel post Coronavirus, a Napoli, è stata infatti la rassegna Racconti per ricominciare.

Ciao Rebecca, parlaci di te, introduci i lettori alla tua persona.

«(Ride) Buonasera a tutti, sono Rebecca Furfaro, ho 28 anni e ora voglio bere del vino…»

Intanto giunge la cameriera del bar che abbiamo scelto, un carinissimo winebar a Santa Lucia. Seguono esclamazioni di giubilo dovute all’arrivo della nostra bottiglia di Greco di tufo.

Riprendiamo.

«Sono Rebecca Furfaro, ho 28 anni e faccio l’attrice o almeno ci provo. Ci provo da quasi 10 anni.»

Quale è stata la tua formazione, come sei arrivata al teatro?

«Ho iniziato assolutamente per caso a studiare teatro in un laboratorio nella Sanità che al momento non c’è più. Era diretto da Ettore Nigro, Massimo Marsiglia e Caterina Leone. Mi sono trovata lì con un gruppo di amici, non ero partita con quella idea, con l’idea di fare teatro. Prima ho voluto fare tante cose. Ho voluto fare la rock star (ride) da piccola, il pagliaccio, per un periodo ho tentato Scienze Politiche perché volevo andare a fare la volontaria in Africa.»

Il teatro è venuto dopo quindi, dopo tutta una serie di…

«Fallimenti, sì.»

Avrei voluto dire sincretismi…

«Forse meglio dire così, sì, dai. Comunque il teatro ha sempre fatto parte della mia vita, mia madre ha lavorato per anni al San Carlo, quindi sono cresciuta in questo ambiente. Forse avrei voluto addirittura separarmene, ma mi sembra chiaro che non ci sono riuscita. Non ho subito deciso di fare l’attrice, sono sempre stata una persona piuttosto irrequieta per cui raramente riuscivo a portare a termine qualcosa quando ero più piccola. Quando ho iniziato a fare teatro mi sono resa conto che era l’unica cosa che non mi scocciava, nonostante tempo e studio. Il laboratorio alla Sanità mi ha avvicinato alla musicoterapia, alla recitazione, all’improvvisazione…»

Perché il teatro e non la musica?

«La musica è una cosa che coltivo personalmente, una cosa più intima. È un regalo che faccio a me stessa, cantando, suonando il piano, la chitarra. Al momento non sento di volerla condividere, preferisco tenerla per me. Nel tempo ho capito che sono stata indotta dalla vita a fare l’attrice, tuttora non sono pienamente convinta di aver deciso, ma è bello pensare che ci sia un’ entità che ti dice di essere sulla strada giusta, almeno per adesso. Non è un mondo facile, quello del teatro, ma ogni volta che ho pensato di abbandonare o fare altro, il teatro mi si è presentato davanti.»

Parliamo un po’ del tuo lavoro, di cosa vai più fiera?

«Sicuramente di Interiors, di Matthew Lenton, che è un regista internazionale. Ha deciso di rifare dopo 10 anni questa sua opera con attori italiani. È uno spettacolo bellissimo. Grazie a questo lavoro e anche una esperienza teatrale in Scozia, al Fringe Festival di Edinburgh, sono riuscita a vedere i modi diversi di fare teatro, lì più sperimentale ma meno curato in scenografie e costumi, mentre qui più tradizionale, legato anche alla cura del dettaglio, del costume, della scenografia. Non c’è un giudizio di valore, è solo diverso. Dovrebbero esserci entrambi, secondo me. Lì ci sono più possibilità per i giovani, a differenza del teatro italiano, anche di sbagliare, di fallire. Qui non c’è  spazio per noi. In Italia è un periodo difficile per la cultura, non c’è ricambio, ci sono troppi giochi politici dietro il teatro. Fare l’attore non si limita a fare bene il proprio lavoro, devi essere bravo a stringere relazioni. E non è detto che un bravo attore sappia per forza fare questo.»

Cosa consiglieresti a chi vuole fare teatro?

«Di non essere rigidi. Di scendere a compromessi senza tradire se stessi, restando il più possibile di essere fedeli. È difficilissimo. Io non sono molto brava a scendere a compromessi. »

Come ci si sente, dunque, essere artisti?

«Male.»

Benissimo, sei stata super esaustiva. Per me possiamo anche terminare qui.

«Perfetto. Anche per me.»

Ridiamo. Ordiniamo dell’altro vino e delle altre bruschette, mentre le dolci note di una chitarra manouche si portano via il teatro, le riflessioni sull’arte e sull’etica. Ci godiamo la nostra amicizia, il nostro vino, il mare che si vede dal nostro tavolino ed il bellissimo borgo di Santa Lucia, avvolto nella magia dell’estate napoletana.

Sveva Di Palma

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