Prendo un passaggio, grazie

In questo periodo stressante si sentono e si leggono le teorie più assurde.

Purtroppo, provati dalla noia e dalla paranoia si è facilmente influenzabili, specie quando le bufale rispettano vagamente l’ortosintassi.

Tra le tante teorie più o meno bufaline, ce n’è una più fondata secondo cui la diffusione del nuovo coronavirus sia stata facilitata dall’eccessivo inquinamento atmosferico.

Lo smog è costituito da particelle minuscole, principalmente prodotti della combustione.

Gli scarichi delle auto, il riscaldamento, le industrie e la combustione non controllata rilasciano nell’aria molecole e aggregati molecolari dannosi per la nostra salute.

È stato però notato che il virus si è sparso notevolmente in luoghi che presentano un alto tasso di inquinamento atmosferico, spesso oltre i limiti consentiti: la Cina infatti è nota per essere uno dei paesi più inquinati al mondo.

Una volta giunto in nord Italia, complici gli usi di stringersi la mano tra conoscenti e abbracciarsi tra amici, il virus ha trovato la strada spianata. Però ci si è chiesti perché proprio nell’Italia settentrionale si abbia avuto un tale boom di contagi. Guardando la cartina dell’Italia, si può notare come le città più infettate si trovino in pianura Padana, nota per essere la zona più inquinata d’Italia per le molteplici città e industrie, complice ovviamente la conformazione montana: le Alpi infatti circondano la pianura facendo sì che non sia favorito un flusso d’aria costante – ciò non toglie che se il focolaio fosse partito da Messina i contagi si sarebbero diffusi altrettanto velocemente, chissà se non trasportati dalla salsedine.

Dunque basta avere un’idea delle dimensioni delle particelle di smog – e di salsedine – per capire ciò che potrebbe essere successo: un coronavirus ha un diametro che si aggira attorno ai 100-150 nm, che traslato al mondo macroscopico è circa 600 volte inferiore al diametro di un capello umano; l’inquinamento che caratterizza le metropoli è costituito da molecole e aggregati che vanno da centinaia di nanometri a mezzo millimetro. Per cui un coronavirus che si ritrova catapultato, ad esempio da uno starnuto, in un’aria fitta di questi agglomerati molto facilmente si adagerà su uno di questi, accettando il passaggio offertogli involontariamente.

In questo modo potrebbe aver coperto distanze anche notevoli, magari disperdendosi nel frattempo – non bisogna dimenticare che è costituito per legarsi a organismi viventi! – fin quando i suoi recettori non hanno percepito un contatto favorevole e si sono quindi attivati, infettando la cellula che li avrebbe ospitati.

Per capire ad esempio perchè un paese così vicino alla Cina come la Thailandia non abbia accusato un numero di contagi elevato come quello italiano si potrebbe osservare il modo in cui si salutano i thailandesi: congiungono le mani all’altezza delle labbra chinando leggermente il capo. Niente strette di mano, niente abbracci. Niente autostrada spianata per SARS-CoV-2. Purtroppo si conosce ancora troppo poco questo virus per elaborare una teoria valida e comprovata di diffusione, ma sicuramente limitare i contatti umani è un’arma molto potente per combatterlo: la più potente che abbiamo al momento.

Marta Maresca

Vedi anche: Salvare gli oceani è possibile: la missione di The Ocean Cleanup

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