By the order of the Peaky Blinders

Peaky Blinders: cinque stagioni e trenta episodi di fiato sospeso e adrenalina ci sono bastati e avanzati per perdere completamente la testa per la famiglia Shelby.

In verità, diciamolo, c’è voluto pure meno.

Già alla fine dei primi 55 minuti della primissima puntata eravamo completamente stregati dallo sguardo fermo e fiero di Thomas.

Uno sguardo disilluso e profondo che, come le parole di Ungaretti al fronte, si palesano come lo specchio di un cuore straziato dalla guerra e da un passato che gli ha lasciato solo vuoto attorno. E dopo esserci fatti ipnotizzare come il canto d’una sirena dalle sue iridi azzurre d’insaziabile tristezza, siamo rimasti affasciati da un savoir-faire enigmatico, composto ed elegante, e abbiamo compianto con lui e per lui le innumerevoli battaglie che è stato pronto a combattere con i suoi demoni interiori.

Peaky Blinders

Insieme a Thomas poi, ci siamo innamorati di Arthur, il cavallo più folle sul quale scommettere ma anche il più dolce, il più umano, il più fragile e il più feroce. Con lui andremmo in giro ovunque, pronti a sporcarci le scarpe con la polvere di Birmingham dopo aver buttato giù un buon bicchiere di Irish whiskey al Garrison. E tra un bicchiere e l’altro, in queste cinque stagioni, abbiamo imparato a volergli bene e anche a perdonarlo. Gli abbiamo messo una mano sulla spalla alla fine di ogni episodio e gli abbiamo detto che in fondo essere fuoco non è una condanna.

Peaky Blinders

Ma la santa triade non può essere completa senza di lei: zia Polly che con la sua fermezza e la sua femminile virilità si è conquistata l’ammirazione di molti. Polly, che senza timore si mescola con classe tra i finti gentlemen ai quali tiene perfettamente testa, l’abbiamo più volte vista cadere sia come madre che come donna e subito dopo l’abbiamo guardata rialzarsi, scaltra come un gatto, senza dover mai chiedere nulla a nessuno, neppure quando le ferite facevano troppo male. Spavalda e fiera come un puro sangue, Polly si dimostra il vero sesso forte della serie.

Ci siamo poi innamorati di Grace e della sua delicata bellezza che come un usignolo è riuscita a scolpire anche il cuore più duro. E con lei ci siamo abituati anche a Lizzy e alla sua silenziosa pazienza che solo un animo devoto ed innamorato può davvero comprendere. Senza dimenticare la rivoluzionaria Ada e lo spavaldo Jhon, consapevoli che la famiglia, nonostante tutto, viene sempre prima del resto.

E se invece non ci siamo abituati per niente, nemmeno dopo sei episodi, al pessimo accento siciliano di Mr. Changretta e al suo eccessivo gesticolare “all’italiana”, ci siamo invece legati a Salomons e al suo sarcastico ed impeccabile umorismo al quale siamo infinitamente grati.

Insomma, il fascino degli Shelby difficilmente li abbandona, anche quando tutto sembra andare a rotoli. Il finale della quinta stagione è di fatti incandescente. Un vento freddo pare soffi su Birmingham questa volta e mentre aspettiamo, nostalgici come non mai – o almeno lo sono io – di riprendere lì dove tutto si è interrotto svelandoci quale sarà la sorte dei nostri amati Shelby e soprattutto di Tommy, una domanda mi è sorta spontanea: chi erano davvero questi f****** Peaky Blinders?

Ovviamente i fan più accaniti della serie lo sapranno già: la famosa gang di Birmingham, anche se in modalità diverse da quelle descritte da Knight, è realmente esistita.

I Peaky Blinders, infatti, erano una nota banda criminale che tra il XIX e il XX secolo scorrazzava libera e anarchica tra le caotiche strade di Birmingham imponendo rispetto e obbedienza. Uno scenario questo non del tutto inusuale per quei tempi.

Alla fine dell’Ottocento infatti, in un clima dove la totale decadenza e la tangibile povertà la facevano da padrone, aggiunte poi ad un eccessivo sovrappopolamento dei quartieri e ad un aspro risentimento nei confronti del governo che pareva aver completamente dimenticato quelle famiglie lasciandole in balia di se stesse, la violenza e la criminalità sembravano essere la strada più semplice e veloce se non si voleva sgobbare in una fabbrica 14 ore al giorno in cambio di pochi insufficienti spiccioli.

Tutti questi fattori, dunque, favorirono la nascita di numerose associazioni a delinquere che si facevano largo soprattutto nei malfamati quartieri di Small Heath e di Cheapside. E tra le tante bande, nel 1890 iniziarono a farsi notare anche i famigerati Peaky Blinders, giovani malavitosi attivi nel furto, nel racket e violenti come i Drughi di Arancia Meccanica ma in doppiopetto.

Ad essere precisi, il debutto di questi ormai celebri criminali risale al 23 marzo del 1890 quando Thomas Mucklow, il futuro leader della gang, assaltò violentemente un cittadino di Small Heath che riportò, suo malgrado, lesioni molto gravi in tutto il corpo. Nel giro di poco la notizia si diffuse in tutto il paese e la stampa locale comunicò subito l’accaduto accusando “i membri dei Peaky Blinders di Small Heath”. Inutile dire che da quel momento in poi le attività illecite della gang si triplicarono e nel giro di poco tempo conquistarono tutte le strade di Birmingham a suon di violenza.

Con ogni probabilità fu proprio questa particolare inclinazione alla violenza, unita alla propensione di utilizzare qualsiasi arnese come arma, che gli fece accaparrare il nome di “Peaky Blinders”. Sull’origine del nome in realtà non si è del tutto certi. Di fatti a riguardo sono state formulate diverse ipotesi.

Secondo gli storici David Cross e John Douglas, per esempio, il nome della banda deriva dall’inusuale pratica di cucire delle lamette da barba nella visiera dei loro cappelli in modo da poterle usare, all’occorrenza, come arma segreta. Ipotesi che però non convince i più considerando che all’epoca le lamette erano un bene di lusso che forse una banda di quartiere nota per appartenere alle classi più basse della popolazione non poteva permettersi, a meno che non avesse il tenore di vita degli Shelby. In quel caso il discorso sarebbe diverso.

La seconda ipotesi, che sembra essere anche la più plausibile, è che peaky fosse il modello del berretto che erano soliti portare, mentre blinder era invece un termine dialettale utilizzato per indicare qualcosa di molto elegante tanto da accecare: stando quindi ad una traduzione più letterale il nome della banda doveva significare “la banda con i capelli dalle visiere appuntite”.

Il cappello, dunque, finisce col diventare il segno di riconoscimento della gang che in quanto a stile non la mandava certo a dire. I Peaky, infatti, oltre ad essere noti per l’eccessiva violenza, erano conosciuti anche per l’estrema attenzione al vestiario che all’epoca era visto come un segno di distinzione tra una banda e un’altra. È un particolare che viene ben esaltato anche nella serie, pur se con leggere differenze. L’impeccabile stile degli Shelby infatti, nella realtà era leggermente diverso: il famoso cappello era accompagnato da giacche a doppiopetto, soprabito, fazzoletto al collo e pantaloni a zampa cuciti su misura che speriamo di non vedere mai addosso a Cillian Murphy, almeno finché veste i panni di Tom.

Tutti pettinati, fino al 1910 i Peaky Blinder comandavano tutta Birmingham almeno fino a quando non arrivano i nostri già noti “Billy boys” guidati dal famigerato Billy Kimber.

Billy lo abbiamo già conosciuto nella quinta stagione della serie e diciamo pure che non c’è stato molto simpatico soprattutto quando ha iniziato a fare comunella con Mosley. Anche se nella serie Billy non ha davvero molta rilevanza poiché oscurato dall’ego di Oswald, nella realtà invece pare sia stato uno dei criminali più potenti d’Inghilterra tanto da riuscire a placare anche quei cattivi ragazzi di Small Heat.

Nonostante la dipartita, i Peaky sono stati per molti anni un simbolo per gli emarginati sociali che come Thomas, hanno cercato di migliorare la loro vita nella Birmingham più povera. Non è un caso che Tommy dica “Sono semplicemente il miglior esempio di ciò che un uomo che viene dalla classe operaia può sognare di diventare”.

In ogni caso, speriamo che Knight riservi ai nostri Shelby un futuro migliore di quello dei veri f*********** Peaky Blinders.

 

 

Adele De Prisco

Vedi anche: Il ritorno dei Peaky Blinders: Tommy fra crisi e rinascite

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