“Stupide cose di enorme importanza”: intervista a Marco Giudici

Se dovessimo scegliere il titolo da imprimere alla composizione della nostra quotidianità, del nostro essere fatti di umani sentimenti e sensazioni, potrebbe senza dubbio essere “Stupide cose di enorme importanza”.

Quelle piccole necessità che diventano tali perché ci identificano, perché raccontano un percorso fatto anche di diverse esistenze in una stessa vita.
Come anche di Marco Giudici, che proprio con questo titolo, di enorme importanza, racconta la sua nuova vita musicale, fatta di un flusso di coscienza di parole, confessioni e atmosfere armoniche di grande senso e bellezza.

Non chiamiamolo semplice indie, Marco Giudici nasce con la stella di ottimo compositore, tra strumentali e synth, nel progetto Any Other, era Halfalib al fianco di Adele Altro (che ha contribuito agli arrangiamenti del nuovo album continuando il sodalizio artistico).
Un progetto musicale che sembra quasi animale raro, in un panorama nazionale definisce un genere che strizza l’occhio al pop mentre qui si creano suggestioni di strumenti, chitarre, malinconia e freschezza, intensità emotiva.

Oltre al fortunato progetto di coppia, Marco Giudici si era occupato della produzione di altri artisti, come Generic Animal e Rareș, altri importanti esempi nel roster dell’underground italiano.

Stavolta Marco trova nuova linfa, un nuovo percorso personale e nuove tracce scritte in italiano con Stupide cose di enorme importanza che segna anche il suo ingresso con l’etichetta 42 Records, il vero Eden della controcultura cantautoriale italiana: Colpesce, DiMartino, Cosmo, Andrea Laszlo De Simone, solo per citarne qualcuno.

Al disco, oltre la partecipazione di Adele Altro vediamo anche Jacopo Hachen, Alessandro Cau, Lucia Violetta Gasti, Daniela Savoldi, Colapesce e Andrea Poggio.

Il disco è stato registrato al Cabinessence di Milano, e poi mixato da Giacomo Fiorenza (Massimo Volume, Giardini di Mirò) e masterizzato da Andrea Suriani (Cosmo, Salmo, Calcutta, I Cani…) all’Alpha Dept di Bologna.

Siamo sicuri sentiremo parlare tanto di questo giovane artista, della rarefazione delicata della sua voce, dei suoi frammenti emotivi che diventano piccole parole di “enorme importanza”, noi l’abbiamo incontrato e sono venute fuori queste chiacchiere qui.

Ciao Marco, anzitutto volevo complimentarmi, in un periodo di alienazione sociale e tempra del proprio io, avevamo bisogno di meno dirette e più canzoni e “Stupide cose di enorme importanza” è una di queste. Reputo il brano un momento di assoluta rarefazione e sospensione emotiva, 4 minuti e 30 secondi di assoluta dispersione dal contatto superficiale. Un momento di riflessione nostalgica e di confronto personale e intimo, soprattutto una raccolta di quei momenti seppur piccoli ma pur sempre essenziali. Le stupide cose di enorme importanza un po’ come i momenti di trascurabile felicità descritti dallo scrittore Francesco Piccolo.

Come descriveresti invece tu il processo creativo di questa canzone o il contesto emotivo in cui vengono fuori le stupide cose di enorme importanza?

«Prima di tutto ti ringrazio delle cose che hai detto sulla canzone. È l’ultima che ho scritto per il disco, credo che in quel momento stessi iniziando inconsciamente ad avere consapevolezza di cosa stessi parlando e di tutto il percorso che avevo fatto. Testo e melodia son nati insieme, il testo l’ho scritto su WhatsApp ad una persona, che me l’ha rimandato con degli aggiustamenti, la melodia era già nelle parole. È stato rapido, ma ho toccato alcune di queste corde un po’ in ogni canzone del disco, forse avevo bisogno di mettere un punto e che questo punto ne collegasse altri.»

In una tua dichiarazione affermi che “inventarmi un’altra identità mi sembrava una buona scusa per non espormi”, questo nel momento esatto in cui ti fai avanti e con il tuo vero nome, il tuo progetto solista e per di più mostrandoti probabilmente nella tua parte più vulnerabile e nascosta. Inoltre cantando in italiano, raccontando di sensazioni e sentimenti profondi. Quindi, questa dichiarazione in controsenso appare quasi provocante, ci spieghi meglio il come mai di queste parole?

«Non c’è provocazione e se c’è è solo verso di me. In passato ho fatto altra musica in cui sento di non essere riuscito ad espormi, cosa di cui avevo bisogno di provare più come essere umano che musicista. Non rinnego il disco che ho fatto qualche anno fa, Malamocco, ma ci sono tante scelte da cui mi sento naturalmente distante, che attribuisco a delle necessità che ho superato emotivamente. In qualche modo ho capito che uso la musica come una testa d’ariete per il mio percorso di crescita, perché è il vocabolario con cui mi sento più a mio agio. So che è inevitabile che ci sia un gap tra queste due cose, ma ci trovo comunque un senso personale, una cosa aiuta l’altra. La scelta del mio nome, oltre che per tutte queste ragioni, viene anche dal fatto che già sono legato a tanta altra musica per il mio lavoro di produttore e musicista, quindi volevo tenere insieme tutto quanto.»

Ci ricolleghiamo alla precedente domanda ampliando il contesto collaborativo. Quali sono le sostanziali differenze tra una progettualità musicale “multipla” (Any Other) e quella singola, ma anche nelle vesti di produttore prima e di interprete della propria musica poi. Volevo inoltre sapere del tuo rapporto con Adele Altro che immaginiamo sia stupendo, e delle tue collaborazioni nel nuovo disco. Ho letto anche tra gli altri i nomi di Andrea Poggio e Colapesce che personalmente adoro.

«Non c’è una progettualità multipla in Any Other, è il progetto di Adele, è fuori luogo che venga chiesto a me di parlarne. Magari non è questo il caso, ma mi permetto di cogliere l’occasione per dire una cosa in merito: capita, purtroppo spesso, che mi vengano attribuiti meriti che non ho relativi al suo progetto. Un esempio recente è di essere stato indicato come suo produttore – piuttosto è lei che ha prodotto il mio disco.
Da un lato mi imbarazza, dall’altro mi dà da pensare.
Credo ci sia ancora molto lavoro da fare, ognuno su di sé, per allontanarsi da alcune abitudini di pensiero figlie di un’interpretazione patriarcale di quello che ci circonda. Non vado oltre perché credo ci sia chi possa parlarne meglio di me, e soprattutto sarebbe complesso affrontare un argomento così ampio in questa sede. Ci sono un sacco di persone che passano mezza vita a parlare di questo tipo di dinamiche sociali, dovremmo dare più ascolto a chi è protagonista della narrazione e soprattutto cominciare a comportarci con più consapevolezza e in questo caso, chiamarsi fuori dal problema è essere complici al problema stesso.
Per tornare alla domanda, ti posso dire che il rapporto di collaborazione con Adele varia in base alle reciproche necessità, c’è molta condivisione e siamo ormai una famiglia, sono più di cinque anni che andiamo avanti. Per questo disco ho condiviso la produzione, siamo partiti dalle strutture delle canzoni e abbiamo costruito tutto assieme fino al mix, che l’ha poi fatto Giacomo Fiorenza.
Andrea e Lorenzo sono amici a cui sono affezionato, oltre ad averne stima, come praticamente tutte le altre persone coinvolte in questo disco. È naturale per me coinvolgere i miei amici in quello che faccio, parlo di me ed è naturale che abbiano spazio delle persone che hanno spazio nella mia vita.»

Il tuo disco appare uno straordinario flusso di coscienza in cui non hai timore a denudarti confessandoti (Per chi dorme), di menzionare una coabitazione con una solitudine che non spaventa (Spremuta d’arancia, in particolare il verso “respirare nel buio”) ma proseguendo anche in un processo di divulgazione intima che smette di avere parole per diventare concetto sonoro (A volte io mi sento solo).
Un percorso che prosegue con un ottimismo molto subliminare in “Nei giorni così” capto, oltre al mood nostalgico anche un forte sentore amoroso e di rimarginazione sentimentale.
Ci racconti la lavorazione di questo disco, da quale necessità comunicativa è pervenuto?
Un disco assolutamente straordinario anche dal punto di vista della ricchezza armonica e sonora. Hai timore di feedback che ti accostino in modo semplicistico a cantante “indie” o “it pop”? Pensi che quel mondo che fa ancora numeri importanti possa raccontare ancora attraverso un cantautorato di spessore?

«Mi fa piacere sia passata questa cosa – il raccontarmi con pochi filtri – era il mio augurio riuscirci. L’ho capito man mano che scrivevo, che è la prima fase di lavorazione. Poi quando ho coinvolto Adele, abbiamo iniziato a fare lunghe chiacchierate sulla mia visione di questo disco. Prima di mettermi a fare ho bisogno di parlare tanto, come volessi passare del tempo all’interno di una narrazione, finché non mi sento parte della narrazione stessa e quindi ogni mio gesto diventa naturale e necessario. Poi abbiamo iniziato a lavorarci con le consapevolezze che abbiamo sviluppato, sapevamo entrambi dove andare e a quel punto è sufficiente ascoltare il proprio istinto. Tutti i casi son diversi, ma questa la sento abbastanza come una costante nel mio metodo di lavoro. Poi le ultime fasi, quelle delle rifiniture, sono le più provanti per me, perché sono un insicuro e cerco di compensare accanendomi su dettagli che spesso non influiscono sul risultato finale. Ma credo di star migliorando con il tempo.»

Ci racconti negli anni come è cambiata Milano, epicentro e nido di una certa genesi di processo creativo e se ti ci ritrovi all’attuale stato dell’arte, del contesto culturale e musicale? Inoltre se l’attuale periodo che ci vede ancora distanti dalla ripresa di una sfera live per la musica fino a quanto può inficiare e quali sono gli spiragli che intravedi per la tua categoria per il prossimo futuro?

«Non ho una percezione di Milano come una collettività, la vedo più come un insieme di micro gruppi, che magari talvolta si incrociano, ma non percepisco un’identità condivisa. Inoltre io sono sempre stato abbastanza a fatti miei. Quanto all’economia del settore musicale, da una parte penso che una delle poche certezze che abbiamo è che quello che ha fermato tutto è un evento temporaneo, i concerti torneranno nella forma in cui li conosciamo, è un tipo di ritualità profondamente radicato nella cultura umana – parlo proprio dell’esigenza del gruppo e della condivisione. Non credo che nel frattempo si crei un mercato alternativo capace di escludere la musica dal vivo da una possibile evoluzione, e se l’introduzione dei live in streaming avesse più a che fare con l’idea di progresso, che con quella di palliativo, non ci vedrei nulla di male nell’accostamento. Detto questo, che è più una chiacchiera che altro, più passa il tempo maggiori saranno i danni per i lavoratori di questa categoria, soprattutto quelli che non sono la punta dell’iceberg. In un momento in cui tutte le categorie sono danneggiate, quella della musica soffre del fatto che non ha una struttura chiara che venga pienamente compresa e riconosciuta dallo stato, questi punti deboli stanno rendendo più duro questo momento. Però si muove qualcosa e www.lamusicachegira.it mi sembra un ottimo esempio.»

Grazie immensamente per la tua musica e per il tuo tempo.

«A presto. Grazie a te, mi ha fatto piacere!»

 

 

Claudio Palumbo

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