La sindrome di Cotard: sentirsi morti mentre si è ancora in vita

Avere la convinzione incrollabile di essere fisicamente deceduti negando qualsiasi evidenza esterna, persino che si riesca a provare del dolore.

O ancora di aver perso la funzionalità dei propri organi interni e di ritrovarsi dannati per l’eternità.

In cosa consiste la sindrome psichica di Cotard, seria psicopatologia che rimane ancora oggi uno dei più interessanti misteri – in parte irrisolti – della letteratura medica mondiale.

Chiamata nei paesi anglosassoni “Sindrome dell’uomo morto” o anche, sottintendendo un’inquietante e malcelata volontà irrisoria, “Sindrome del morto che cammina” (Dead man walking syndrome), la sindrome di Cotard venne per la prima volta diagnosticata dall’omonimo neurologo francese Jules Cotard (1840-1889), che la descrisse ufficialmente durante una lezione del 1880 tenutasi presso la facoltà di medicina della Sorbonne.

La prima locuzione utilizzata per designarla fu “délire de négation” (letteralmente “delirio di negazione”), e tale si è mantenuta la sua definizione nel corso dei secoli. È infatti delusion, letteralmente “illusione psichica, o delirio in senso più ampio” il termine ancora chiamato a identificare la psicopatologia nei paesi anglosassoni, dove tutt’oggi si conducono interessanti studi in merito all’eziologia del fenomeno neuro-psichico, ancora parzialmente sconosciuta.

Alla luce delle ricerche attualmente più accreditate, quasi tutte le scuole neurologiche e psichiatriche mondiali sono concordi nel supporre che a causare l’insorgenza della sindrome sia “una interruzione patologica delle fibre nervose che connettono il centro delle emozioni alle aree sensoriali”. È infatti l’assenza di emozioni e di sensazioni (contemplata è anche l’incapacità di provare dolore) il motore alla base della maturazione del sintomo patologico, che consiste nella maggioranza dei casi nella convinzione incrollabile di essere fisicamente morti e di aver perso la funzionalità dei propri organi interni, nonostante i continui stimoli ricevuti dal mondo esterno e nonostante la vita reale ponga gli individui patologici di fronte a evidenze incontrovertibili. Al contrario: pare addirittura che quanto più agli affetti dalla sindrome venga fatta notare la poca verosimiglianza della condizione di cui credono di fare esperienza, tanto più i sintomi e le manifestazioni del delirio psichico si intensificano e si fanno frequenti.

Non a caso, sembra che il livello di gravità con cui l’illusione della morte si presenta all’individuo interessato si alzi e si faccia sempre più totalizzante – e invalidante – nel corso del tempo che intercorre tra la comparsa dei primi deliri di negazione (per lo più fisici: uno dei sintomi più riscontrati e registrati nella letteratura medica è la convinzione di possedere parti del corpo inerti) e gli ultimi stadi neurologici della patologia, ovvero quelli che preludono totale apatia e afasia, quasi si tratti di inanità fisiologica.

Già il primo caso mai attestato di Cotard si presenta in questo senso come estremamente interessante: fu proprio una paziente dell’eponimo neurologo parigino, infatti, a essere descritta come “negante dell’esistenza dei propri organi interni e della necessità di nutrirsi”, fino poi ad arrivare a convincersi di essere un corpo morto condannato a vagare sulla terra per l’eternità e di doversi sottoporre a un suicidio o a un assassinio violento per porre fine alla sua dolorosa condizione.

La “sindrome dell’uomo morto” non ha tuttavia legami con la vita quotidiana così lontani nel tempo come può sembrare: certo, il facile accesso alle informazioni scientifiche grazie all’utilizzo della rete e a un più ampio sistema di diffusione delle prestazioni mediche rende meno complesso interfacciarsi con la diagnosi di sindromi psicopatologiche gravi, per quanto rara possa essere la loro incidenza.

Durante gli ultimi mesi del 2013, la giovane scrittrice americana Esmé Weijun Wang, da qualche anno attualmente attiva nel campo della sensibilizzazione ai disturbi dello spettro schizoide e schizofrenico, arriva alla conclusione di essere morta, addirittura credendo di essere deceduta insieme a suo marito e al loro cane. Pochi giorni prima del 5 novembre, infatti, la donna, su un volo da Londra a San Francisco, perde i sensi per diverse ore, e al suo risveglio asserisce con fermezza a tutto il personale medico e ai suoi familiari di essere morta. Dopo la presunta dipartita, tuttavia, Esmé non raggiunge la tanto sperata serenità ultraterrena e la altrettanto desiderata capacità di allontanarsi dal mondo dei mortali, bensì, con suo grande dolore, si ritrova a trascorrere un’esistenza a metà, fatta di sensazioni assenti e di incredulità da parte di coloro la circondano, e che invano tentano di farla rinsavire. La Wang, però, non si dà per vinta; una parte di lei è ancora cosciente della poca aderenza delle sue convinzioni alla comune realtà, e inizia a riorganizzare in meglio la sua vita seguendo anche un percorso psichiatrico e psicanalitico ed esorcizzando le sue angosce instancabili nella scrittura. Due mesi dopo, Esmé guarisce quasi totalmente dagli istinti paranoidi, e decide di raccontare la sua esperienza al mondo intero attraverso l’espediente della narrativa; pubblica due libri a distanza di pochi anni, The Border of Paradise e The Collective Schizophrenias, entrambi ispirati alla sua esperienza quasi “ultracorporea” vissuta poco tempo prima e in giovanissima età.

Sebbene ancora oggi l’incidenza della sindrome sia molto bassa tra la popolazione mondiale, il delirio di Cotard rimane una delle più affascinanti pagine della letteratura medica e neuropsichiatrica di tutti i tempi.

 

Alessia Santelia

In foto: Volto della Guerra, dipinto di Salvador Dalí

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