Napoli in estasi mistica con Marina Abramović

Per la terza volta la nostra amata Napoli farà da scenografia ad una mostra d’arte contemporanea della madrina della performance art, Marina Abramović.

Quale luogo migliore se non la capitale del misticismo per accogliere un’opera di ricongiungimento tra corpo e spirito.

Ad ospitare “Marina Abramović/Estasi” sarà la fortezza più antica del capoluogo campano, il Castel dell’Ovo, luogo d’approdo della sirena Partenope.

L’artista serba, nata a Belgrado nel 1946, dopo la pima presentazione dell’opera a Milano, torna in Italia per riproporla il 5 settembre nella Sala delle Carceri. Sarà il critico Giuseppe Frangi a curare il ciclo “The Kitchen. Homage to saint Therese”, una serie di video esposta al pubblico che documentano le performances compiute dalla Abramović durante la sua visita nel 2009 al Convento di La Laboral a Gijon, in Spagna.

La mostra curata da Casa Testori e prodotta da Vanitas Club, vede la Abramović relazionarsi con la nota mistica spagnola, santa Teresa d’Avila.

Altre due volte l’artista fu nella città partenopea.

Era il 1974 quando, nei locali dello Studio Marra, si esibiva in “Rhythm 0”, la performance durante la quale l’artista, per sei ore, stette al centro di una sala ponendo a disposizione del pubblico degli strumenti coi quali sarebbe stata sottoposta a sensazioni di piacere, fastidio e dolore, rischiando la morte. Fu in quell’occasione che la performance scatenò una rissa tra il pubblico e fu la stessa artista a definirla come “l’esperienza più forte della sua vita”.

E, ancora, era il 2004 quando arrivò col progetto “Cleaning the mirror” presso la Galleria Lia Rumma, in cui riproponeva una performance del 1995. Marina pulì uno scheletro per poi muoverlo mettendolo sul suo corpo.

Insomma, il 5 settembre a Castel dell’Ovo avremo un appuntamento imperdibile con una delle più grandi artiste contemporanee.

In un momento storico così complicato, in cui un virus microscopico ha avuto la capacità di fermare il mondo, di mettere in pausa le nostre vite, l’arte può fare la differenza.

Il Covid-19 ha potuto far isolare gli uomini privandoli quasi del senso della vita ma allo stesso tempo ha dato loro modo di attuare una riflessione introspettiva, di porsi domande su se stessi, sulle loro scelte, sulla loro vita. La performance art mette l’uomo al centro dell’opera, lo isola mettendolo sotto i riflettori, sotto lo sguardo attento del pubblico osservatore. Nello scambio interiore e spirituale di sensazioni, di emozioni, all’interno di ognuno degli spettatori, è lì che avviene la vera performance.

 

Anna Russo

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