Uscire? E perché mai? Lockdown e sindrome della capanna

L’attesissima “fase due” è finalmente cominciata.

Il lockdown è stato allentato, riaprono i bar, i negozi, le persone passeggiano, anche se a distanza. La vita sembra lentamente riprendere la sua lena.

La maggior parte di noi non aspettava altro che riprendere da dove aveva iniziato, raccogliere la vita oltre che la mera esistenza. Non per tutti, però, è così semplice.

Per molti il ritorno a prima è difficile, le mura domestiche sono diventate uno scudo protettivo, un rifugio ostico da abbandonare: parliamo, in questi casi, di “sindrome della capanna”.

Per molti, la vita durante il lockdown è stata una pausa, un sentirsi tra parentesi, una sospensione dalla fatica della routine. Niente lavoro, niente spostamenti, niente obblighi sociali, due mesi di immersione nella quiete della propria casa.

Casa è chiusura, raccoglimento, è immobile se non per qualche pulizia, qualche mobile spostato, qualche parola in più o in meno. Il confronto perpetuo con l’esterno è una instancabile corsa alla definizione della propria identità, in base all’altro, al canone sociale, alla ricchezza, all’abbigliamento, alle abitudini sessuali.

Per due mesi, nulla di tutto questo è esistito, le differenze sociali – per quanto acuite nella concretezza – erano attutite dalla mancanza della pubblica piazza, del teatro della strada. Non mostrarsi, non essere esposti significa poter smettere di essere giudicati e dunque di giudicare se stessi, spesso in base a canoni che non ci appartengono. In molti aspetti, l’impatto con l’esterno è una costrizione, un dialogo che non conosce silenzio, una profonda limitazione della libertà d’espressione e di pensiero. Ma non dimentichiamo nemmeno che le nostre personalità sono definite e scolpite principalmente attraverso similitudini e contrapposizioni con identità altre, diverse per forza, per definizione. Il confronto, la responsabilità della nostra persona ci rende vivi, ci permette di percepirci e comprenderci meglio.

Sottrarsi allo sguardo indagatore e giudicante della società può essere un sollievo, rappresentare un momento di necessaria inesistenza per imparare a riconnettersi con i propri veri bisogni e desideri. Essere per sé, e basta. La paura del coronavirus è più che legittima, più che sensata, sarebbe estremamente sbagliato considerarla meno di ciò che merita. Persone sono morte, sono state male, hanno perso i loro cari, il loro lavoro. Bisogna avere paura, bisogna ancora pensarci, tenerlo in considerazione, ma non è l’unico deterrente o terrore. L’angoscia di vivere, di ricominciare, di doversi nuovamente vestire e truccare e responsabilizzare in quanto persone, creature senzienti dalle quali si pretende azione, può fare altrettanta paura, creare ulteriore angoscia. La casa è il rifugio, la comfort zone al suo apice.

Ho parecchie conoscenze che in questo rifugio hanno fatto un nido, caldo e morbido, ed in quel nido in qualche modo riescono a produrre, a prosperare, a creare. Vivono con ed in sé, probabilmente trovando più grazia in se stesse rispetto a quanta potrei mai trovarne io, innamorata follemente dell’altro, dell’esterno, di tutto ciò che non sono e non conosco.

Chi avrà ragione, infine, tra loro e me, temo non sia dato saperlo. Io voglio solo assembrarmi e assemblarmi con le storie delle persone, costruire me stessa con le loro voci, i loro dolori, le lingue che conoscono e quelle che vorrei imparare, vedere i loro occhi da vicino, a molto meno di un metro, voglio sudare e ballare e tenere tra le braccia sconosciuti e sconosciute. La vita è la contaminazione, lo scambio, il contagio, è il rischio della morte.

Forse la vorrei, la sindrome della capanna.

 

Sveva Di Palma

Foto di Valeria Gentile

Vedi anche: Diario di una quarantena: Smart working

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi