Una voce dal teatro perduto: conversazione con Alessandra Cocorullo

Abbiamo riflettuto con Alessandra Cocorullo, neo-allieva del Teatro Bellini di Napoli, sulle strategie politiche e i possibili scenari futuri per un teatro a misura di pandemia.

Prima di passare a riflessioni più impegnate, raccontaci brevemente la tua storia, curiosissima, aggiungerei. Quando nasce la tua passione per il teatro e come sei passata dai numeri al palcoscenico?

«Mi divido tra queste due passioni sin da quando ero bambina. Papà è professore di ingegneria elettronica, con i suoi esperimenti ci sono cresciuta, ed è stato lui a portarmi per mano nel vasto mondo delle scienze. La recitazione è una pulsione nata in autonomia, senza nessuna spinta esterna, che ho sempre vissuto come un’inclinazione collaterale, un interesse senza risvolti professionali. Nonostante ciò non l’ho mai abbandonata: al liceo mi sono iscritta al corso di teatro classico, e, pur avendo scelto di studiare ingegneria, ho cercato faticosamente di costruirmi un equilibrio, in bilico tra questi due mondi così distanti. Finito il percorso universitario era chiaro che il teatro per me significasse molto più che un felice passatempo. In breve: con molta sconsideratezza, tanto amore e poca preparazione tecnica, ho fatto provini nelle accademie di tutta Italia. Ho passato le selezioni al Teatro dell’Orologio a Roma – dove ho studiato per un anno – per poi approdare alla Bellini Teatro Factory lo scorso ottobre».

 

Alessandra Cocorullo

 

Stefano Massini, in tempi non sospetti, ha detto che “Il teatro contiene in sé una meravigliosa contraddizione, poiché è il rito laico più antico che esista (…) ma di secolo in secolo sembra che sia sempre sull’orlo del baratro. Eppure, resiste. Il teatro diventa in questo momento una forma d’arte necessaria”. A proposito di necessità, da teatrante, come ti senti di commentare la (non) risposta degli ultimi dpcm alle esigenze del settore dello spettacolo e al fatto che la cultura non sia considerata affatto un bene primario?

«Oggi guardavo un video in cui Eduardo De Filippo commenta l’assenza della categoria dell’attore alla voce “arti e mestieri” del sillabario. Ci sono tutti, tra avvocati, giudici, falegnami. C’è persino l’arrotino. Ma l’attore no, l’attore non c’è. Gli viene quindi chiesto se si senta offeso per questa mancanza, e lui risponde amaramente “offeso no, escluso sì”. Penso che questa sua risposta sia eloquente e dia voce ad una crisi del settore che precede di molti anni questa pandemia, pur essendo avvertita in modo ancora più prepotente in un momento storico così delicato. Molto più del cinema, il teatro è ancora visto come un passatempo borghese che non riesce a svecchiarsi. Non c’è la cultura né l’urgenza di andarci, poiché persiste l’idea che sia per pochi, che a viverlo sia solo chi il teatro lo fa. In più, gli attori vengono pagati solo a giornate lavorative – quelle in cui si va effettivamente in scena – senza considerare il lavoro preliminare delle prove, un’intera fetta di fatica completamente tagliata fuori. La verità è che siamo ancora visti come un extra, una forma di intrattenimento per la quale non serve preparazione. Perciò si ha difficoltà a identificarlo come mestiere».

Il ministro dei Beni Culturali Franceschini ha predisposto l’erogazione di 20 milioni di euro extra-FUS a sostegno di tutte quelle realtà più deboli del comparto. In più, ha suggerito un “Netflix della cultura”, una piattaforma on demand per fruire della produzione culturale in formato digitale. Tu sei a favore del teatro in video? Pensi sia una proposta realizzabile?

«Io non credo che quella di Franceschini possa rappresentare una soluzione. Si tratterebbe di snaturare un teatro già agonizzante. Siamo ormai saturi di piattaforme streaming, e se già si andava poco a teatro prima, non credo che tra un film e uno spettacolo in video la scelta possa ricadere sulla seconda opzione – eccezion fatta per i soliti cultori, che lo fanno per passione e per studio. Ricordiamoci che è il mezzo cinematografico a nascere per emozionare attraverso lo schermo. L’esperimento con il teatro può funzionare con le grandi produzioni, riprese in alta definizione e concepite per intrattenere anche senza “liveness”, ma è impensabile poter applicare lo stesso discorso ad uno spazio off, che non possiede le risorse di un teatro nazionale. A questo proposito, ho visto su YouTube il Frankenstein del National Theatre con Benedict Cumberbatch, una performance colossale già concepita per fare il giro del mondo e in cui la regia cinematografica si è magistralmente sovrapposta a quella teatrale. Allora sì che lo spettacolo diventa godibile, pur non potendosi parlare di teatro puro, se pensiamo alla definizione di Grotowski».

 

Alessandra Cocorullo

Credi che una pianificazione dell’intrattenimento all’aperto, con festival multidisciplinari e proiezioni cinematografiche in piazza, potrebbe essere una soluzione per tamponare questa stasi produttiva?

«Decisamente sì. Credo che l’estate ci possa salvare e che l’esigenza della performance live possa nascere dal desiderio di partecipare ad un rito collettivo dopo mesi di reclusione. In questa direzione si è già mosso il Ravenna Festival, il primo ad aver avanzato al governo una proposta concreta di messa in sicurezza della manifestazione musicale: è stato stilato un protocollo per distanziare orchestra e pubblico in uno spazio all’aperto, garantendo gel disinfettante e misurazione della temperatura all’ingresso. Se approvata, sarebbe la prima realtà a ripartire a giugno con pubblico dal vivo. In più, il Centro Teatrale Universitario di Urbino, in collaborazione con il Dipartimento di Informatica, sta lavorando alla realizzazione di un progetto validissimo: si tratta di un percorso multimediale di spettacolo all’aperto che guida lo spettatore, sfruttando le nuove tecnologie per evitare quanto più possibile il contatto. È la prova di come questi mezzi possano farsi alleati delle pratiche performative dal vivo, mettendosi al servizio della bellezza».

Come immagina Alessandra il suo teatro quando tutto questo sarà finito?

«Io desidero un teatro “pop”, inteso, nell’accezione positiva del termine, come un luogo di aggregazione, un mezzo capace di parlare alle persone. E in virtù dell’inesauribile necessità umana di raccontarsi e di condividere storie – antica quanto la nascita del teatro in Grecia – la funzione di quest’arte dovrebbe potenziarsi ora più che mai, aprirsi a riflessioni molto più ampie che prescindano dal Covid-19. Si stanno incamerando tante idee e c’è una nostalgia di condivisione, un’impellenza di dargli voce. Se quest’urgenza era già forte prima del lockdown, sarà essenziale ritrovare il senso di una comunità che va a teatro, avendo ancora una volta constatato il suo ruolo marginale in società. E se la comunità non andrà a teatro, saremo noi a portarlo nelle strade, a ricreare quella magica identificazione di cui quest’arte si nutre da secoli».

 

E noi speriamo che il desiderio di Alessandra si avveri.

 

Francesca Eboli

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