Mitologia della Napoli del 10 Maggio 1987: la rivoluzione degli uomini d’amore

E tu me dicesti sì na’ sera e Maggio”.

Recitava così, come un soffio di antico romanticismo, uno striscione apposto in una data che non ha eguali, era la notte del 10 Maggio 1987.

Ci sono date che riecheggiano ancora del loro fortissimo eco, date che hanno una connessione mistica, nostalgica, passionale. Perché accostare 10 e 87 non è solo cabala e credenza popolare, accostare questi due numeri significa rievocare i più profondi ardori ancestrali, significa accedere alla porta più profonda che ti lega al tuo patrimonio genetico partenopeo. Il ricordo che si colora d’azzurro, la saudade che profuma di caffè, ‘a terra mia, il déjà-vu che ti riporta ai primordi di tutto quello che rende una città un concetto, una filosofia.

Il numero dieci ha un solo possessore riconosciuto, il Masaniello di colore che viene dalla favela di Villa Fiorito, Diego Armando Maradona da Buenos Aires, sua maestà, il re dalla folta chioma, lui sfrontato e geniale trascinatore, protagonista di quella festa del primo scudetto della squadra di Napoli proprio in quel giorno di maggio, anno domini 1987.

Faremo un salto indietro di tre anni, siamo nel 1984 e il 30 di giugno il Napoli, società guidata da Corrado Ferlaino, annuncia l’acquisto del più talentuoso giocatore al mondo, Diego Armando Maradona proveniente dal Barcellona, appunto. L’avvenimento diventa il primo corto circuito spazio temporale che ribalta le sorti di una sventurata squadra, volenterosa ma dalle sfortunate sorti, succube delle glorie delle più titolate squadre del nord.

Lontano dalla banale retorica, la realtà era tangibile con mano, la parte sud del paese spezzata dal dilagare di problemi occupazionali e sociali, la lotta classista dettata dalla questione meridionale. Pino Daniele, uno di quei simboli che mette straordinariamente in musica la storia del suo tempo, e volendolo citare proprio testualmente:

Nui cè puzzammo e famme, o sanno tutte quante e invece e c’aiutà c’abboffano e’ cafè. Na’ tazzulella e’ cafè ca sigaretta a coppa pe nun verè che stanno chine e sbaglie, fanno sulo mbruoglie s’allisciano se vattono se pigliano o’ cafè, e nui passammo e uaie e nun puttimmo suppurtà e chiste invece e rà na mano s’allisciano se vattono se magniano a città. Na’ tazzulella e’ cafè acconcia a vocca a chi nun po’ sapè”.

Cinque giorni dopo l’annuncio dell’acquisto del “diez” in un numero spropositato di persone (chi dice sessanta, chi settanta e chi addirittura, sognatore sfrenato, ottantamila) presenti allo stadio San Paolo di Fuorigrotta per vedere… e beh, per vedere cosa? In molti, all’epoca neanche lo sapevano, erano lì convinti che qualcosa potesse accadere. Un segno divino, un palleggio, il segnale a poter orgogliosamente rialzare la testa.

L’impresa, che si fa fatica a definire unicamente sportiva, avviene un paio d’anni dopo. Il Napoli al termine della stagione calcistica 1986/87 conquista il suo primo scudetto, un trofeo che ha una valenza molto più grande. Considerato il lampo che ha preceduto il “rombo di tuono” di Gigi Riva quasi vent’anni prima e che aveva portato lo storico e unico scudetto al Cagliari, il Napoli è rimasta poi l’unica squadra del mezzogiorno a vincere il tanto sospirato trofeo nazionale.

Il sapore è quello della rivalsa, lo “scugnizzo” argentino aveva appena trascinato la sua Argentina al trionfo mondiale nell’estate messicana, la mano de dios che fustiga l’Inghilterra prima con la furbizia e poi con il talento sfrenato del raddoppio. Mezzo campo di avversari dribblato, gesto tecnico immenso, la telecronaca di Victor Hugo Morales rotta di commozione ed il 2-0 (il gol più bello del secolo). Una rivalsa forse derivata da quell’amaro lasciato in bocca della guerra silente, la disfatta delle isole Folkland e la rabbia del popolo celeste. Il ritorno di Diego a Napoli dopo la magia di quell’estate suona di una carica speciale, Don’t cry for me Argentina adesso tocca alla città della sirena Partenope salire sul gradino italiano più alto.

Nessuno può dimenticare gli eroi vestiti di quell’azzurro felpato, la Buitoni, la carica di Peppe Bruscolotti o Ciccio Romano, i gol di Bruno Giordano, ma anche De Napoli, Ferrara, Bagni, Carnevale e tutti gli altri uomini di una squadra che rimane forgiata nei ricordi. Quel dieci Maggio, ore 17.47, il fischio dell’arbitro sancisce il termine della partita contro la Fiorentina, 1-1. Ma soprattutto verrà sancita la volta in cui questa città capì di aver toccato il cielo. L’effige di una vittoria unica raccontata anche dai muri della città, un San Gennaro che accoglie in braccio Maradona è capace di svelarci il segreto, quello del trascendente di un popolo che ha sempre vissuto tra fede, misticismo e paganesimo.

Nel gergo letterario e liturgico definiremo quei giorni di giubilo come “O’ cunto” (il racconto), rivivere l’eternità del tempo attraverso la narrazione, anche di chi non ha potuto vivere quei momenti. Qualcuno narra di una settimana di festeggiamenti (qualcun altro addirittura di più), lo striscione fuori il teatro San Carlo “la decima di Beethoven”, quello fuori al cimitero “nun sapit che ve sit perz”, la messa in scena di finte esequie (bare con i gagliardetti delle squadre concorrenti) per via Roma. Oltre a batterie di fuochi, automobili ridipinte, caroselli con centinai di migliaia di persone tra città e provincia. Una Piedigrotta talmente maestosa che addirittura Gianni Minà reputò giusto trasmettere in prima serata su Rai Uno, infondo i momenti di gioia furono pochi ma quella fu veramente gioia.

Invochiamo in conclusione il maestro Luciano De Crescenzo, che quel giorno presente allo stadio, asserì:

Napoli è una città d’amore e questa è una squadra d’amore guidata da uomini di libertà, una dose di concretezza si, ma sempre guidati da un uomo d’amore, Maradona”.

Video realizzato da Giulio Bruni (canale instagram @iltuoveejay)

Buon dieci Maggio a tutti noi.

Claudio Palumbo

Illustrazione di Francesco Siliberto

 

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