Sostenere e proteggere con la moda: Fashion Revolution Week 2020

Dal 20 al 26 aprile, l’Italia – ma anche il resto del globo – celebra un’iniziativa importante, attraverso la quale cambiare il mondo della moda e il modo di concepirla: parliamo della Fashion Revolution Week.

Lo scopo di questo movimento è rivolgere un quesito, sia alle grandi aziende che ai fruitori di abiti e brand, una domanda provocatoria ed essenziale per riuscire davvero ad entrare nella realtà delle cose.

Il quesito in questione è molto semplice, e come la maggior parte delle domande semplici causa difficoltà di risposta.

“Who made my clothes?” (Chi ha fatto i miei vestiti?) si e ci chiede, dopo l’incidente del 24 aprile 2013 in Bangladesh.

In uno dei più grandi disastri dell’industria tessile, circa 1133 dipendenti hanno perso la vita in seguito al crollo di un edificio commerciale di otto piani. I rischi del crollo del Rana Plaza erano già stati valutati e largamente ignorati, così come gli abusi edilizi al suo interno. Nessuno si curò di controllare che gli ultimi piani fossero costruiti a norma di legge, né in che stato fossero i lavoratori.

 

Vale la pena perdere la vita per andare a lavorare? Quali sono le condizioni umane dei dipendenti? La loro salute è tutelata?

Queste sono le domande implicate nell’#whomademyclothes, le riflessioni su cui verte l’intera Fashion Revolution Week, interessate a riportare a memoria d’uomo l’incidente come esempio di cattiva gestione del personale, di abuso di potere, di condizioni di lavoro inaccettabili e mancanza di rispetto per la vita umana.

 

La moda è un piacere, un’arte, la concretizzazione di un processo creativo, un dialogo culturale. È arrivato il momento di cambiare le nostre abitudini in modo che ogni manifestazione umana protegga le fasce lavoratrici ed il pianeta: bisogna lavorare per creare un mondo a misura di uomo ma anche di natura.

 

“Fashion Revolution vuole essere il primo passo per la presa di coscienza di ciò che significa acquistare un capo d’abbigliamento, verso un futuro più etico e sostenibile per l’industria della moda, nel rispetto delle persone e dell’ambiente– commenta Marina Spadafora, coordinatrice del Fashion Revolution Day in Italia. “Scegliere cosa acquistiamo può creare il mondo che vogliamo: ognuno di noi ha il potere di cambiare le cose per il meglio e ogni momento è buono per iniziare a farlo”.

 

Un’attenzione, quindi, sia per il personale che per i materiali con cui si creano i vestiti, che siano quanto più possibile ecofriendly. Sicurezza e sostenibilità sono le parole chiave, e ci sembra quanto meno doveroso sottolinearne l’importanza in giorni come quelli che abbiamo vissuto, ma anche in concomitanza del 22 aprile, ovvero la giornata mondiale della Terra. Alla domanda “#whomademyclothes”, produttori e case di moda dovranno rispondere con #imadeyourclothes per manifestare la loro trasparenza. Inoltre, i social sono coinvolti nel movimento e permettono che esso arrivi a tutti. Per partecipare, basta pubblicare una fotografia di se stessi con un indumento indossato al contrario e usare l’#whomademyclothes. In questo modo, l’attenzione sarà posta sulle richieste e le necessità del movimento: trasparenza, condizioni di lavoro sicure e giustamente retribuite, equo trattamento dei lavoratori, ecosostenibilità.

 

Partecipiamo. Siamo il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo.

 

Sveva Di Palma

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