Nice to meet you Francis, il mio nome è Gatsby

Oggi, 95 anni fa, Francis Scott Fitzgerald pubblicava quel capolavoro che la critica definirà l’opera più intrinsecamente americana della letteratura mondiale.

Quasi cinque anni! Perfino in quel pomeriggio dovevano esserci stati momenti in cui Daisy non era riuscita a stare all’altezza del sogno, non per colpa sua, ma a causa della vitalità colossale dell’illusione di lui che andava al di là di Daisy, di qualunque cosa. Gatsby vi si era gettato con passione creatrice, continuando ad accrescerla, ornandola di ogni piuma vivace che il vento gli sospingesse a portata di mano. Non c’è fuoco né gelo tale da sfidare ciò che un uomo può accumulare nel proprio cuore.”

Il tramonto dello spirito ruggente degli States, dopo la stagione più sfolgorante e proibitiva mai vissuta, è tutto qui, nel rendez-vous nostalgico di Gatsby e Daisy, vecchi amanti intrappolati in una chimera di sentimenti, cheek to cheek dopo anni di passioni sommerse a metà strada tra Europa e Nuovo Mondo. Perché cos’è questo capolavoro della narrativa americana se non una versione romanzata dell’utopia a stelle e strisce sull’orlo del baratro?

La penna sublime di Fitzgerald, con il suo tocco di realismo magico e splendore decadente, ci restituisce il dagherrotipo di un’America frivola, vestita di esuberanza, tinte brillanti e paillettes, mentre sorseggia uno spumeggiante cocktail di proibizionismo, passioni illecite e jazz. Sulla riva opposta di Long Island, all’ingresso principale del suo impero di lusso sfrenato e vacuità, Jay Gatsby solleva il suo solito calice di vino e brinda con sguardo ammiccante alle sorti alterne che smezzerà con questa signorina America: insieme toccheranno la gloria luminosa delle stelle più rare, mossi da un irresistibile slancio vitale, per poi trascinarsi rovinosamente verso gli abissi del vizio.

Che Gatsby sia figlio dello spirito del suo tempo, un’icona mainstream del self-made man americano, è noto a chiunque abbia sbirciato tra le pagine di questo indimenticabile classico. Ma quanto di Francis Scott Fitzgerald c’è nell’intervallo tra un giro di Charleston e una partita a golf con vista su Manhattan? Sarà che quest’audace giovanotto col vizio di sognare troppo in grande ci abbia restituito una versione edulcorata del suo autore, della mente che ne ha cullato la fantasia, fino a portarla in vita con penna e calamaio? La risposta è: inequivocabilmente sì.

Basta analizzare le turbolente dinamiche amorose di entrambe le coppie, per realizzare che un paragone Zelda – F. Scott Fitzgerald e Daisy- Gatsby non sarebbe affatto un azzardo: nella vita reale così come nella fiction, si parla della coppia più rappresentativa dei “Roaring Twenties”, animatrice di party esclusivi e appuntamenti mondani. Uniti da passioni insane, finiranno per essere consumati dal vizio e dall’incomunicabilità, fino all’epilogo rovinoso tra disturbi psicologici e omicidi.

Ma riavvolgiamo il nastro al momento del primo incontro tra lo scrittore e la sua giovane fiamma: è l’estate del 1918, ad una festa da ballo a Montgomery, in Alabama, quando Fitzgerald conosce una Zelda diciottenne e biondissima, di cui immediatamente s’innamora.

“Quando lo fissai, si riprese visibilmente. Teneva fra le sue una mano di lei e, quando Daisy gli disse qualcosa all’orecchio, le si avvicinò in uno slancio di emozione. Credo che quella voce lo avvincesse col suo calore fluttuante e febbrile soprattutto perché non poteva superare il sogno: quella voce era un canto immortale.”

Ma come per Gatsby, quest’amore sarà croce e delizia della sua gioventù:  un ego maschile frustrato rincorrerà per anni una donna capricciosa e viziata, deciso a sottomettersi al suo gusto e alle sue ambizioni, così da poter arrivare a meritare un affetto mutuato da prestigio sociale e benessere economico. Il romanticismo dell’uomo si nutre – aggiungerei in modo perverso –  dalla sprezzante inaffidabilità della controparte femminile, che diventa il metro su cui tarare il valore personale, il modello su cui cucire un’idea astratta e inarrivabile, cui aggrapparsi a tutti costi.

Trova le differenze: Daisy, donna borghese pronta a sacrificare dignità e sentimenti pur di preservare la sua credibilità sociale, rifiuta anni prima l’amore di un Gatsby ancora ingenuo e sempliciotto, preferendogli il gretto e razzista Tom Buchanan. Zelda, un concentrato di vitalità e trasgressione, dopo ripetuti tira e molla e due anni di sfrontato corteggiamento, accetta di sposare Fitzgerald solo nel 1920, anno in cui finalmente l’editore Scribner’s pubblica il suo Di qua dal Paradiso. Ora che quel giovane non è più né sconosciuto né squattrinato, l’unione coniugale non rappresenta più una minaccia di derisione sociale, ma preannuncia piuttosto un avvenire di successi letterari e fior di quattrini.

Da qui una parabola esistenziale decadente che accomuna narratore e personaggio: i valori morali si piegano alla famelica legge del possesso, e il desiderio di riscatto sociale  si sovrappone all’ossessione per un amore fuggevole.

Il finale lascia l’amaro in bocca e un deserto di macerie, come la Grande Depressione del ’29. Daisy fa a pezzi per l’ultima volta il cuore di Gatsby, che, assassinato per un fatale malinteso, morirà in una spettrale solitudine. Zelda brucia tra le fiamme di un incendio appiccato nell’ospedale psichiatrico in cui trascorre gli ultimi anni della sua vita, mentre Fitzgerald cade nell’oblio già nel ’32, quando ad Hollywood lo pensavano morto prima ancora della sua prematura scomparsa.

“Mi avevano dimenticato, ma Daisy alzò lo sguardo e tese la mano; Gatsby non mi riconobbe affatto. Li guardai ancora una volta e mi restituirono lo sguardo, remoti, dominati da una vita intensa. Poi uscii dalla stanza e scesi i gradini di marmo nella pioggia, lasciandoli soli.”

Francesca Eboli
Illustrazione di Sonia Giampaolo

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