Spremuta d’Arancia Meccanica: come ti strizzo il cervello

Niente lattepiù oggi. Non siamo al Korova Milk Bar e quello che ci vorrebbe, di questi tempi, è proprio una bella spremuta. Ma no, quali arance!
Qui si parla di cervelli, ma strizzati per bene. E si sa, perdendo il “gulliver” Alex altro non sarebbe stato che un’Arancia Meccanica.

Arancia Meccanica è un cult che non ha bisogno di ulteriori presentazioni? Sì.
Chiunque dovrebbe guardarlo almeno una volta nella vita? Sì.
Siamo qui in veste di cinefili? No!

Mi spiace oltraggiare così il genio di Kubrick – e ancor di più quello di Burgess, autore dell’omonimo romanzo da cui è stata tratta la pellicola – ma questo capolavoro ci servirà solo da spunto per un discorso più ampio: quello del condizionamento psicologico.

Nella futuristica Londra teatro della vicenda sembrava essere calata una coltre di violenza indiscriminata e senza pietà alcuna, l’ultraviolenza di cui si rendono protagonisti Alexander e i suoi drughi.

La speranza sembrò riaccendersi all’arrivo della Cura Ludovico, un trattamento esclusivo a cui potevano essere sottoposti i criminali per correggere ogni tipo di condotta deviante.

Un processo ancora in via di sperimentazione che però avrebbe permesso al protagonista, dopo l’ennesima bravata che lo vide colpevole di un omicidio, di ridurre drasticamente la pena da scontare in carcere uscendone come un uomo nuovo – un uomo buono – dopo sole due settimane di terapia.

Dolce risveglio, quello del primo giorno in clinica di Alex: una stanza accogliente, infermiere cordiali, una ricca colazione e una siringa di… vitamine? Lasciamo perdere.

E così ebbero inizio le sedute di cura. Prevedevano, contro ogni aspettativa, la visione di lungometraggi a contenuto violento di vario tipo, pestaggi, stupri, filmati storici accompagnati, quasi come per combinazione, dal buon vecchio Ludovico Van tanto amato dal nostro giovane criminale.

La finezza della Nona Sinfonia si tramutò, ben presto, in un terribile incubo. Il farmaco somministrato al mattino cominciò a mostrare la sua vera natura: un dolore lancinante unito a un senso di nausea irreprimibile resero la vista delle scene di violenza uno strazio impossibile da sfuggire per Alex, legato a breve distanza dallo schermo con delle pinze che costringevano gli occhi a restare aperti.

Ecco che avviene il condizionamento: col tempo il protagonista matura un’associazione tra il sesso e la violenza, contenuti nei filmati, e la nausea provata durante le sedute curative. Impossibile non pensare al disgusto provato per Hitler che marcia con il suo esercito persino ascoltando quella raffinata sinfonia, oramai irrimediabilmente compromessa.

Il condizionamento classico è uno dei paradigmi dell’apprendimento, solo uno dei tanti modi attraverso cui acquisiamo nozioni, interiorizziamo nuovi comportamenti e creiamo nessi logici tra eventi in origine indipendenti. Figlio di un approccio comportamentista alla psicologia, per cui il comportamento sarebbe l’unico oggetto di studio scientificamente osservabile da questa disciplina, la sua scoperta e successiva codificazione passarono per una storia di esperimenti tremendi e grossi dibattiti etici ancora estremamente attuali.

La vita è ricca di associazioni interessanti, curiosamente casuali. Pensiamo, ad esempio, ad una canzone che passa in radio in un momento particolarmente importante della nostra vita. Probabilmente, quando la riascolteremo, rivivremo quelle stesse emozioni: quel brano è diventato un segnale per la nostra mente, che richiama l’attenzione su quel ricordo in particolare.

Con i suoi pioneristici esperimenti, il fisiologo ed etologo russo Ivan Pavlov dimostrò come fosse possibile generare intenzionalmente una nuova associazione tra eventi indipendenti, sfruttando la risposta di salivazione che i cani mostrano alla vista del cibo. (Leggi anche L’esperimento del cane di Ivan Pavlov) La salivazione è una risposta incondizionata, in quanto riflesso naturalmente connesso alla stimolazione visiva e olfattiva data dalla presenza del cibo. Pavlov scoprì che, abbinando a quello stimolo un secondo stimolo neutro, che generalmente non produce la stessa risposta, come un campanello, dopo una serie di tentativi il cane lo avrebbe associato al cibo. Di conseguenza, si induce la salivazione anche alla sola presenza del campanello, ormai connesso all’idea del cibo che sta per arrivare.

Successivi esperimenti portarono alla luce le enormi possibilità di applicazione di questo principio, tra cui spicca per fama e interrogativi etici sollevati l’esperimento del piccolo Albert, irreversibilmente condizionato a sviluppare una fobia per gli oggetti pelosi.

Ed è proprio su questo principio che si basa la terribile Cura Ludovico, non pensiamo più a croccantini o peluche e torniamo al nostro Alex. La droga somministrata al mattino, a qualche ora dall’assunzione, avrebbe stimolato una reazione di intenso dolore o forte nausea. Questo stimolo incondizionato, associato alla visione dei lungometraggi, avrebbe istituito una nuova associazione tra la violenza e quelle reazioni fisiche che, però, altro non erano che frutto dell’azione del farmaco, e non della visiona di certe scene.

Rendere un uomo un fantoccio, fisicamente impossibilitato a compiere azioni deplorevoli per il dolore di un ricordo, un raggiro mentale, gli insegna forse il bene? Cosa ne è della libertà? A chi serve questa moralità fasulla?

Arancia Meccanica ci insegna che il bene, come il male, è una scelta.
E rimane autentica solo se è scelta davvero.

 

Rebecca Grosso

Vedi anche: Tutto l’amore che (non) ho: l’abuso psicologico cantato da Marracash

 

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