Perché rivedere (ancora) “2001: Odissea nello spazio”

Dopo più di 50 anni dalla sua uscita (il 2 aprile 1968 la prima proiezione in anteprima a Washington), “2001: A Space Odissey”, è ancora considerato da cinefili – e non – un capolavoro cinematografico che rappresenta una svolta epocale nella storia del cinema. Ma scopriamo perché ha ottenuto questa gloria e, soprattutto, se vale la pena (ri)vederlo nel 2020…

Tratto dal soggetto di Arthut C. Clarke, guru della fantascienza, il film di Stanley Kubrick è un colossal della fantascienza ambientato in un futuro vicino ma che tocca temi che vanno ben al di là della science fiction: la conoscenza, la natura umana e il suo destino sono completamente in ballo durante questa avventura nello spazio.

Dietro l’ambiziosa pellicola, ci sono sicuramente due menti eccentriche. Da un lato abbiamo un Kubrick quarantenne, regista ermetico, riflessivo, imperscrutabile, già affermato grazie ai suoi precedenti film Lolita e Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba. Dall’altro c’è Clarke, autore di fantascienza affermato, che porrà le basi del film con il suo romanzo La Sentinella, ma instaurando un proficuo rapporto con il regista nella stesura della sceneggiatura, ottenendo un prodotto molto più amplio, tanto da pubblicare poi un romanzo apposito nello stesso anno di uscita del film. Clarke, infatti, affermò che: “La sentinella assomiglia a 2001: Odissea nello spazio come una ghianda assomiglia a una quercia adulta”.

E così si arriva all’alba dell’uomo: un gruppo di scimmie antropomorfe sopravvivono in un ambiente arido e inospitale. Un giorno, i primati si svegliano per trovare un grande monolite nero apparso misteriosamente e, venendovi a contatto, hanno un’illuminazione: comprendono, istintivamente, che un osso può diventare un utensile. Una sequenza ben nota vede il lancio dell’osso in aria, facendolo diventare un’arma: attraverso la volontà di potenza, l’uomo diventa padrone della terra, dandole un senso violento e mortale. La scimmia è ormai uomo. Qui si notano già i rimandi al Zarathustra di Nietzsche: tutto il film può essere visto come una descrizione dell’umanità come un acrobata in equilibrio fra la scimmia e l’Oltreuomo.

1999 Il dottor Heywood Floyd, presidente del Comitato Nazionale Americano per l’Astronautica, viene chiamato a prendere parte una missione sulla base lunare Clavius, dove è stato ritrovato un grande monolito nero risalente a tre milioni di anni prima. Una volta giunti allo scavo, esso viene colpito dai primi raggi dell’alba lunare ed emette un forte segnale radio nel macro-cosmo.

2001 (Missione Giove). Diciotto mesi dopo, ci troviamo proiettati nello spazio, a bordo dell’astronave Discovery One, gestita dal computer HAL 9000, intelligenza artificiale in grado di interloquire con gli esseri umani e nota per non aver mai commesso errori e/o omissioni. Insieme alla macchina viaggiano il comandante David Bowman e il suo vice Frank Poole. Una notte HAL segnala improvvisamente un’avaria, ma dopo attenta ispezione il guasto risulta inesistente. Come fa HAL a sbagliarsi?

Bowman e Poole, preoccupati, decidono di disattivarlo. Il computer, che in realtà ha il compito di portare a termine un’altra missione che, contro la sua natura, ha dovuto tenere nascosta all’equipaggio, decide bene di attuare la soluzione definitiva: l’eliminazione di tutti i passeggeri, in modi simpatici che non sto qui a spiegarvi.

David riesce a sopravvivere e mentre cerca di eliminare la memoria di HAL, che lo implora finché non si avvia una registrazione audiovisiva destinata all’equipaggio della nave, che avrebbe dovuto essere aperta all’arrivo, in cui il dottor Floyd svela il vero obiettivo della missione: dare una spiegazione, una volta su Giove, al comportamento del monolite, e trovare il senso della vita.

Questo momento è considerato dai critici come il momento intermedio tra la nascita dell’uomo al suo finale, ed è rappresentato proprio dal rapporto con la macchina. La tecnologia, fallace strumento tramite il quale l’umanità cerca illusoriamente di mascherare l’illogicità che domina la sua realtà, fallisce. Ogni tentativo della mente umana di comprendere il mondo non può che concludersi con la sconfitta. E ciò ci porta su…

Giove (e oltre l’infinito). Qui un’esperienza inimmaginabile comincia per Bowman: una scia luminosa cancella lo spazio intorno, fluttuando l’astronauta tra stelle, nebulose, e panorami di mondi sconosciuti e indefiniti, fino a materializzare la sua capsula in una stanza chiusa.

Questa stanza, oltre ad avere un insolito stile Impero, soddisfa i bisogni primari dell’uomo, che però inizia a trovarsi in una condizione oltre il tempo e lo spazio. Qui, Bowman, si trova ad esistere contemporaneamente in punti diversi ed a diverse età: vi ricorda forse un po’ l’Eterno ritorno?

A fine giornata, allo stato massimo della sua vecchiaia, Bowman, sdraiato nel letto, vede davanti a sé il monolito e cerca di toccarlo, per poi rinascere in forma di enorme feto cosmico, the “Star-Child”: l’uomo è pronto per un nuovo destino evolutivo, sulle note del poema sinfonico di Richard StraussCosì parlò Zarathustra”, il quale, richiamato dalle prime immagini del film, chiude la narrazione in modo circolare.

Il titolo, che apertamente omaggia l’Odissea di Omero, ci lascia ad un’ultima interpretazione di questo capolavoro: una vera e propria epopea dell’umanità in cerca della ragione ultima della propria esistenza.

Ipnotico… o noioso? Direi, inclassificabile. “2001: Odissea nello spazio” è una scommessa di Stanley Kubrick, che, curioso e ossessionato dall’esplorazione della sua arte ma soprattutto della mente umana, fa così da spartiacque nella storia del cinema e sorpassa le avanguardie.

Così ritorniamo al motivo per cui vale la pena guardare ancora questa pellicola: scrutare nella storia dell’umanità per comprendere il senso stesso della vita, ma senza arrivare ad alcun tipo di risoluzione se non la scoperta e riscoperta della sua evoluzione.

Se qualcuno riesce a capire davvero 2001: Odissea nello spazio abbiamo fallito. Volevamo porre domande più che dare risposte”.

 

Carolina Niglio

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