MES sì, MES no. Ma poi si è capito cos’è?

In questi giorni si sta parlando ampiamente del MES, noto anche con il nome Fondo salva-Stati.

La verità, però, è che circa il 66% degli italiani non sa cosa sia.

Cerchiamo di fare chiarezza anche per chi non mastica economia.

Le questioni economiche non sono fruibili a tutti, ma proprio perché influenzano la vita di ciascuno è giusto che vengano rese accessibili.

Al momento il Meccanismo Europeo di Salvaguardia (MES, in inglese European Stability Mechanism, ESM) tiene banco nell’informazione e nel dibattito politico. Non si tratta di una novità. Da tempo si parla di una sua riforma proprio per definirne il ruolo, ma da un’indagine effettuata lo scorso dicembre dall’istituto Demopolis è emerso che solo il 9% degli italiani è davvero preparato sul fondo ed il 25% ne ha una conoscenza approssimativa.

Prima di spiegare la funzione che assolve ed i meccanismi attraverso i quali opera, facciamo un passo indietro per raccontare la ragione della sua istituzione.

Nel 2010-2011 alcuni Paesi dell’Ue si trovarono in crisi economica, ma si scontrarono con l’art. 123 Tfue (Trattato sul funzionamento dell’Unione europea) che vieta agli Stati membri e alla Bce (Banca centrale europea) di aiutare gli stati in difficoltà, al fine di scongiurare indebitamenti scellerati. Per evitare il tracollo, venne istituito un fondo temporaneo, l’Efsf (European Financial Stability Facility). Solo nel 2012 nacque il MES, un’organizzazione intergovernativa permanente a cui partecipano gli stati che hanno adottato l’euro come moneta.

Ma vediamo come funziona.

Ogni Stato membro, in proporzione al proprio PIL (Prodotto interno lordo), ha versato una certa quantità di denaro nelle casse del MES, impegnandosi a versarne altro in caso di bisogno. Al momento ha un capitale sottoscritto pari a 704,8 miliardi, di cui 80,5 già versati.

Nella sostanza si comporta come una enorme assicurazione finalizzata a soccorrere gli stati dell’Eurozona, in seguito a valutazione e decisione da parte del Consiglio dei Governatori (organo composto da 19 ministri delle finanze della zona euro).

“Qual è il problema?” vi starete chiedendo.

L’aiuto del MES non arriva senza condizioni, e le stesse variano in relazione al tipo di finanziamento richiesto.

Per poter accedere ad un prestito, infatti, uno stato fortemente indebitato, deve essere sottoposto ad un controllo per verificare se è capace di sostenere il debito e ripagare il prestito. Inoltre, deve accettare un piano di riforme, talvolta impopolari, che gli consenta di risanare i conti pubblici.

Invece, uno stato con situazione finanziaria stabile che fa richiesta di credito precauzionale, è soggetto condizioni meno stringenti.

Il motivo per cui si parla così tanto del MES in questo momento è facilmente intuibile, ma ci si domanda anche se, in una situazione emergenziale come quella creata dal virus Covid-19, non sia troppo grande lo sforzo da chiedere agli stati, l’Italia in particolare, per ripagare il prestito.

La novità è appunto questa: il governo italiano ha chiesto di attivare il MES in una modalità di “emergenza”, cioè senza condizioni o, comunque, con condizioni non particolarmente rigorose.

La Bce, dal canto suo, ha aggiustato il tiro e si è detta disposta a fornire il suo aiuto. Ogni tentativo di riforma del MES, invece, si è concluso con un nulla di fatto e resta il dubbio se ricorrere al fondo possa essere la soluzione.

Dalle parole di Mario Draghi in un’intervista al Financial Times una cosa è chiara, “agire con sufficiente forza e velocità. […] Siamo di fronte a una guerra e bisogna mobilitarsi di conseguenza.”

 

Rosaria Vincelli

Vedi anche: USA: emergenza coronavirus o calma piatta?

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