La paura fa novanta, La Testata, invece, due anni!

Immaginate quanto possa essere difficile scrivere di qualcosa che non si tocca.

Non è amore, né compassione, non è guerra o storia, si tratta di materia informe, un nome, un logo, un involucro.

Eccolo, qua, un involucro.

Se penso al nostro magazine, effettivamente è questo che mi viene in mente: un involucro.

Banale? Forse.

Ma riflettete con me, come si parla di un’idea?

Innanzittutto pensavo di raccontarla con rabbia, avrei scritto di tutte quelle volte che ho detto che non siamo una famiglia, che non ci credo in questo benedetto concetto di famiglia lavorativa. Poi mi sono data una risposta e la risposta non era piacevole:

«Benedetta, diavolo, vuoi raccontare qualcosa o dire al mondo cosa pensi delle strutture che governano la società? Su, un po’ meno di rotture di balle».

Quindi mi è venuta in mente quest’immagine, una persona che ripercorre delle orme nel deserto. Bellissimo, è fatta, so cosa devo dire.

Mi sono bloccata, insulso.

A tutti succede di fare cilecca, qualche volta, magari rimando e domani andrà meglio.

Lo sappiamo tutti e due che non sarà così, non è vero?

Sì, ce l’ho con te, dall’altra parte dello schermo. Lo sai bene e io so che lo sai.

Mi avresti scoperta, prima o poi, avresti capito cosa succede, avresti raccontato a tutti che Benedetta De Nicola, quella tipa che tu hai letto, per sbaglio, senza nemmeno fregartene di chi fosse, aveva paura.

Parlare de La Testata non è come parlare con La Testata.

 

Quando ci tieni così tanto a qualcosa, quel qualcosa può risucchiarti del tutto.

Io me la visualizzo così questa nostra idea, un involucro come quello che saremmo noi esseri umani senza le emozioni che ci completano. Questo magazine era così, un pezzo inanimato, non si muove, non fa nulla. Poi inizi ad aggiungere qua e là e tutto diventa un mini Inside-Out che si muove. Ha addirittura quelle esigenze tipiche di chi è vivo e tu devi portargli rispetto. Lo nutri, lo pulisci e lo porti dal medico se sta male.

Forse è stato questo che mi ha spaventato, La Testata ormai esiste, vive, pulsa e dipende.

Vi è mai capitato di realizzare improvvisamente che la vostra vita è cambiata per sempre? Che non sarete mai più come prima, mai e che avrete quell’esperienza sulle spalle che vi osserva e sgretola contemporaneamente?

Troppe domande.

Il 26 marzo di due anni fa eravamo in un ufficio e stavamo premendo il nostro primissimo “pubblica”. La scena, come l’ho vissuta io, è identica a quella de La Grande Bellezza, quando Jep si ferma e parla col pubblico, si racconta.

Non sentivo i tappi, lo spumante, sentivo solo dei rumori e pensavo che stava accadendo qualcosa e che non sarebbe stato più lo stesso. Avevo ventuno anni, mi ero appena laureata e sapevo che sarebbe stata dura, ma non sapevo che oggi, a distanza di due anni, avrei avuto paura di scrivere.

Innanzitutto, piacere, mi chiamo Benedetta De Nicola, caporedattrice e art-director, se serve faccio pure una stuccata ai muri.

Non ho la presunzione di parlare per tutti, quindi, oggi, parlo da sola a voi.

Intendiamoci, mi capita spessissimo di parlare da sola, sola, ma mia mamma dice che è sintomo di genialità, non che sono matta.

Perché sono qui a sproloquiare chiedendo un po’ della vostra attenzione? Niente, la nostra testata compie due anni e credo che sia giusto raccontarvi qualcosa per mostrarvi che l’involucro ha preso vita.

Ad esempio, un momento topico di questi due anni è stato qualche mese fa, quando ci siamo trasferiti a Forcella in un bene confiscato alla Camorra e abbiamo iniziato a fare attività nel quartiere. Abbiamo stuccato, dipinto, abbellito, lavato e anche messo una bandiera della Turchia, perché? Perché Antonio, uno dei nostri redattori, l’aveva portata in regalo alla sede.

Quante litigate? Quante parolacce sono volte per chi non rispettava le regole per le immagini, quanti fintissimi avvertimenti che celavano un odio profondissimo per chi dimenticava la parola chiave. Lo so, ragazzi, io so tutto.

Lettori, sapete, noi siamo una catena di montaggio composta da circa sessantacinque elementi, praticamente un esercito di drammi sotto i trentaquattro anni, avete idea di cosa sia successo in due anni?

Lo stupore di quando io e Susanna, la Direttrice, ci siamo trovate d’accordo la prima volta.

L’info-narrazione di Raffaele, le lezioni di scrittura e linea editoriale con i pennarelli scarichi, Giuseppe che mi disegna come se io fossi una donna polpo perché l’ho sfidato a farlo.

Le lacrime di qualcuno per un commento negativo di un lettore, la gioia nel sapere di essere stati letti e riletti e apprezzati, Mario, il nostro editore e Presidente PROODOS, AUGH, che ci fa una carezza, poi ci prende a paccheri, ci fa una carezza, ci prende a paccheri, ci prende a paccheri e ci dà fiducia, guardando al di là di tutto, al di là di tutti. Non sapete di tutte le amicizie che sono nate, degli amori che sono sbocciati, delle delusioni che sono colate. Ma voi lo sapete, lettori, di quando abbiamo festeggiato le vacanze di Natale con la pizza rustica di Maria Cristiana e il caffé comprato al ristorante cinese di Via Gianturco?

Adesso lo sapete, sapete perché avevo paura di raccontare, magari non avrei reso giustizia a noi, magari non sarei stata all’altezza, ma come vi dicevo, adesso parlo a voi, da sola, solo ed esclusivamente per dirvi che oggi inizia un nuovo capitolo, e se tutto andrà bene, l’anno prossimo avrò ancora più paura di scrivervi.

Con la speranza che dietro lo schermo si sia sentito forte e chiaro,

#testaci

Benedetta De Nicola

 

Buon compleanno a tutta la redazione, leggi anche il Chi Siamo?

Disegno di Giuseppe Armellino

 

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi