Affacciati al balcone che ti canto una canzone

Il Coronavirus attacca, l’Italia risponde.

Continua a colpirci, ma non arresta la nostra resistenza.

Gli italiani, per natura popolo di cantori, rispondono alla quarantena cantando.

Nelle ultime settimane impazzano, sui social e in televisione, video di flashmob, canti e inni organizzati sui balconi delle palazzine.

La moda lanciata da cantanti e attori di intrattenere il pubblico da casa, invogliandoli a non uscire, ne ha generato un’altra per cui gli stessi spettatori sono diventati performers.

Addio alla vita mondana, i rapporti sociali sono sospesi per un po’, o almeno, quelli a stretto contatto. Quando la necessità incombe, ci si reinventa. E per questo, per sopperire all’isolamento e alla ristrettezza delle quattro mura, si è escogitato un simpatico stratagemma (dipende dai punti di vista).

Ad una concordata ora del giorno, ci si affaccia ai balconi e alle finestre, si accende la radio e si balla, si suona e si canta insieme. Il movimento intitolato “Ovunque tu sia” ha origine incerta, Napoli e Roma si contendono il primato. Certo è che si è diffuso su scala nazionale, dalle città ai paesini. È una delle poche volte in cui tra Nord e Sud non c’è differenza. Così come l’azione del virus, anche la reazione percorre tutto il paese senza distinzioni.

Dall’Inno di Mameli, Abbracciame, Azzurro a Gigi D’Agostino, il repertorio è vasto. Non mancano poi, le canzoni tipiche di ogni territorio: se a Napoli risuona la voce di Pino Daniele, in Sardegna si intonano strofe sarde con la fisarmonica. E se non si sanno suonare strumenti, si rifunzionalizzano gli oggetti quotidiani: ed ecco che le stoviglie diventano percussioni.

Il coinvolgimento è stato tale da far scendere in campo, o per meglio dire in questo caso affacciare al balcone, anche chi di musica ci vive. Band locali e vip, come Vecchioni e Giuliano Sangiorgi, hanno offerto concerti live dal terrazzo di casa con l’attiva partecipazione dei vicini.

La tendenza si è poi estesa ad altre attività come lo sport o la preghiera.

Il flashmob sonoro ha spaccato in due l’opinione pubblica, tra chi vi partecipa e/o lo ritiene un compromesso positivo per reggere il duro periodo e chi lo condanna come ridicolo esibizionismo inopportuno.

Che sia questo il modo giusto per affrontare la paura e la noia?

La noia sicuramente. In un paesino come il mio, dove la densità demografica è bassa e ai palazzi si sostituiscono case più grandi sì, ma isolate, non è né in voga né possibile “riunirsi” sui balconi. Non vi nego che un po’ me ne dispiace, è pur sempre un momento di distrazione e di socializzazione che crea un’illusione di normalità. Persino l’attore americano Chris Evans ha postato su Twitter un elogio agli italiani a tal proposito.

Ma la paura? Soprattutto dopo il lugubre corteo delle troppe salme di Bergamo, ci si è chiesti quanto sia consono e rispettoso far baldoria mentre ogni giorno sale il numero delle vittime. Il sindaco della città lombarda ha rimarcato, con tono non velatamente polemico, che lì non si canta, ma si soffre in silenzio e con dignità. Anche Giuseppe Fiorello ha preso parola, incitando ad un lutto nazionale e indignandosi per le spiritosaggini e la giovialità con cui si affronta la tragedia.

Che dire, tragedia è il termine giusto. Non ci sono né parole né comportamenti adatti, solo tanta sofferenza e impotenza di fronte ad un mostro che ci sta mettendo in ginocchio, strappando troppe vite innocenti.

Sicuramente bisogna mantenere un contegno ossequioso e non cadere nell’eccesso, non trasformare un’iniziativa spontanea e benevola in un’irrisoria beffa. Ma voglio essere ottimista e credere che nessuno stia agendo con la volontà di mancare di rispetto o di sottovalutare la drammaticità di ciò che sta accadendo. Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che non c’è nulla da ridere, la situazione è seria. Il lutto nazionale c’è ogni giorno in tutti noi.

Tuttavia, non mi sembrano del tutto condannabili i tentativi di alleggerire e di smorzare anche quelle che sono le ripercussioni psicologiche del Coronavirus. Pensiamo in particolar modo a chi è davvero solo e lontano dai suoi affetti. Sempre con buona fede immagino che almeno la maggior parte di questi gesti vogliano essere simboli di solidarietà e di incoraggiamento a non mollare, oltre che grida catartiche ed esorcizzatrici del terrore e dell’ansia.

Apro piccola parentesi. Ritengo molto più deplorevoli, anzi proprio disdicevoli, irresponsabili, incivili e irrispettosi, coloro i quali non rispettano i decreti e continuano ad uscire e ad ammassarsi con motivi futili e scuse improbabili.

Vi lascio con un brano del cantautore Brunori SaS Canzoni contro la paura che si sposa perfettamente con l’argomento e che offre una possibile interpretazione di questo modo di reagire.

Ascolta qui 

“quelle canzoni da cantare a squarciagola

come se cinquemila voci diventassero una sola

canzoni che ti amo ancora,

anche se è triste,

anche se è dura

canzoni contro la paura

 

Canzoni che ti salvano la vita

che ti fanno dire no cazzo

non è ancora finita

che ti danno la forza di ricominciare

che ti tengono in piedi quando senti di crollare

 

Ma non ti sembra un miracolo

che in mezzo a questo dolore

in tutto questo rumore

a volte basta una canzone,

anche una stupida canzone,

solo una stupida canzone

a ricordarti chi sei.”

 

Giusy D’Elia

Illustrazione di Alessandro Mastroserio

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