La “fissione umana”: Ettore Majorana e Dottor Manhattan

Forse è possibile stabilire un collegamento ideale tra due personaggi, uno reale ed entrato a far parte dell’immaginario e uno immaginato che riesce a inserirsi nella nostra realtà attraverso il suo esistenzialismo. Del primo si perderanno le tracce il 26 marzo 1938 in mare. Il secondo si condurrà prima su Marte e poi viaggerà attraverso coordinate sconosciute e siderali.

Dove la verità possa condurre è forse cosa che turba lo scienziato?

Il ventesimo secolo con guerre e scoperte scientifiche ha suscitato parecchi interrogativi morali ed etici. I due personaggi in questione li hanno vissuti direttamente a causa del loro potenziale. Uno col rifiuto della scienza, l’altro con quello del ruolo di “eroe”. Ma ciò che li accomuna è prima di tutto l’abbandono della condizione umana nel clima di una minaccia nucleare.
Il fisico Ettore Majorana era riuscito, secondo le ipotesi di Leonardo Sciascia, a vedere ciò che a Fermi e gli altri colleghi dell’istituto di Via Panisperna non era ancora chiaro. Intravedeva probabilmente e profeticamente, la pericolosità delle ricerche sull’atomo, vivissime in quel periodo, che avrebbero condotto agli eventi catastrofici delle bombe atomiche e ai continui allarmismi di possibili guerre che si protraggono fino a oggi e si specchiano sui lucidi armamenti di domani. Forse era questo il motivo del suo “rifiuto della scienza”, dei suoi atteggiamenti scostanti con i colleghi italiani e dei suoi modi inusuali. Con uno solo andava in effetti d’accordo e si trattava del fisico tedesco Werner Carl Heisenberg, conosciuto in occasione del suo soggiorno a Lipsia. All’amico tedesco concesse quello che per lui era un peso: la pubblicazione della teoria del nucleo fatto di protoni e neutroni. Majorana era contento perché un altro aveva pubblicato qualcosa a cui lui era già arrivato e si sentiva come sollevato da un’incombenza mortale, salvato da una specie di pericolo. Ancora una volta aveva gettato le sue teorie nel cestino, insieme al pacchetto vuoto di sigarette, sperando in un certo modo, probabilmente, di svuotare se stesso come uomo e come scienziato. Già, perché la sua professione prevedeva sviluppi che avrebbero irrimediabilmente fatto a cazzotti con l’etica in un periodo in cui le maggiori potenze, anche e soprattutto quelle considerate lucide, l’avrebbero messa facilmente da parte.
Spaventato per l’energia del male che poteva sprigionare l’uomo attraverso il progresso scientifico decise che la vita normale non era più affar suo e intraprese la strada chissà se reale o fittizia della morte per acqua, come l’Ulisse dantesco. La scomparsa equivalse al rifiuto del mito della scienza, a cui non avrebbe potuto rinunciare in quanto fisico ma che avrebbe potuto allontanare come uomo che sceglie volontariamente di far perdere le proprie tracce spaventato da una manciata di atomi. Così la sera del 25 marzo 1938, Ettore Majorana partiva col postale Napoli-Palermo alle 22,30 e si apprestava a dire addio alla sua identità, ai suoi affetti per trovare spazio nell’immaginifica realtà di ipotesi e avvistamenti, di ricerche e indizi. Diventava così lo spettro elettromagnetico che infesta ancora la curiosità di chi rifiuta l’ipotesi del suicidio e continua a cercare una verità inabissata sotto lucide e mistiche rovine. Forse quelle di un monastero.
Spostando idealmente in avanti la lancetta dell’orologio, cambiando dimensione e addentrandoci nella realtà di Watchmen -la serie a fumetti creata da Alan Moore e Dave Gibbons- e della Guerra Fredda, siamo nel 1959 e lo scienziato Jon Osternam a causa di un incidente in laboratorio apparentemente scompare del tutto, annientato da un esperimento quantico che di lui non lascia nemmeno un atomo. Pian piano, diverse apparizioni dopo, ricomparirà sotto forma di un essere sovrannaturale chiamato “Dottor Manhattan” dal governo americano, proprio in onore del “Manhattan Project” il programma di ricerca e sviluppo che portò alla costruzione delle prime bombe atomiche. Sì, l’essere dai poteri sovrumani capace di manipolare la materia viene utilizzato dalla nazione americana contro l’Unione sovietica e in Vietnam, diventando un’arma potentissima e temuta dagli stessi alleati. Caduto vittima di una contestazione mediatica e montata, decide di auto-esiliarsi su Marte, scatenando una tensione globale e una possibile guerra nucleare. Abbandonerà poi definitivamente la terra, completamente apatico, dopo l’attacco di Adrian Veidt. Ormai l’essere che percepisce il tempo alla maniera di Bergson nella sua universalità senza distinzioni tra passato, presente e futuro, sente solo l’eco dell’umanità.

Majorana si percepisce come una potenziale minaccia in quanto detentore di sapere che genera minacce e sceglie così di adombrarsi. Manhattan, abbandonato l’involucro umano, viene letteralmente utilizzato come arma di distruzione e poi sceglie di ritirarsi. Egli diventa il portatore vivente di quella pericolosità, di quell’immagine di fuoco e morte che il fisico siciliano temeva. Ma così come il fisico era consapevole di non poter impedire ciò che altri avrebbero scoperto così Manhattan lascia la Terra nelle mani degli esseri umani scegliendo di non agire.
Entrambi quindi rifiutano la condizione umana, si distaccano dalla razza, uno per la paura di ciò che egli stesso potrebbe significare, l’altro per indifferenza perché non ha più cognizione dei sentimenti terrestri. Ma una cosa è certa: entrambi sono stanchi. La stanchezza per ciò che li circonda, per quel senso di profonda inappartenenza, li porta a isolarsi da una realtà che hanno smesso di comprendere da tempo, chi presumibilmente in un monastero e chi prima sul pianeta rosso e poi in un punto indefinito dello spazio.
Idealmente li immagino insieme a riflettere sulle responsabilità della scienza e sui dilemmi etici di cui non verremo mai a capo continuando a sbattere contro un muro costruito da altri.

Maria Cristiana Grimaldi

 

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