Ciao, Kirk, e grazie per tutto il cinema

103 anni. 103 anni di vita sonotantissimi per l’uomo medio, un’aspettativa di vita altissima, stupefacente. Per Kirk Douglas, che dell’uomo medio non aveva nulla, 103 anni di vita sono stati – senza ombra di dubbio – troppo pochi.

Le parole del figlio – un plurisettantenne, splendido Micheal Douglas – sui social sono state riportate ovunque nel web, dolci parole per un uomo che il mondo vedeva e vede come un’icona, un supereroe, l’ultimo grande divo di un’epoca d’oro del cinema. Un uomo che per lui ed i suoi fratelli era, però, molto semplicemente “dad”, papà. L’umanizzazione delle grandi divinità dello show, della grande macchina creativa e innovativa chiamata cinematografo ne rende la vita ancora più straordinaria, misteriosa e al contempo toccante.

103 anni di cinema sono moltissimi, un’invenzione così giovane in 103 anni vede nascere, esistere, cambiare e morire attori, movimenti, filosofie, tecniche creative. 103 anni sono quasi tutta la storia del cinema, e Kirk Douglas l’ha praticamente vissuta tutta, contribuendo a definirla nelle sue parti più significative e strabilianti. I lineamenti particolarissimi, quella mascella virile, il mento sporgente, le fossette carismatiche, i colori tipicamente occidentali e lo sguardo intenso lo hanno sempre reso un volto baciato dallo schermo, sul quale era possibile dipingere personaggi duri ma anche emozioni pungenti, sfumature delicate e indefinibili, le stratificazioni proprie dell’animo umano e spesso indicibili. Kirk poteva interpretare il pugile de Il grande campione (Mark Robson, 1949), lo “Spartacus” diretto da Kubrick (1960), ma anche insinuarsi nelle pieghe sensibilissime e tenere del cuore di uno dei più grandi artisti mai esistiti: Vincent Van Gogh. Il titolo del film sul pittore olandese, Brama di vivere, è esemplificativo dell’approccio adottato dal regista Vincente Minnelli, il quale penetra profondamente e dolorosamente nello spirito di entrambi gli uomini, dell’attore Kirk e del pittore Vincent, creando quello che forse è ancora il suo ritratto più emozionante. Il film, incluso Kirk come migliore attore, fu candidato a 4 Oscar. Assieme alle sue nomination per Il brutto e la bella (sempre di Minnelli) e il già citato Il grande campione, il grande attore fu candidato ben tre volte, ma vinse la bramata statuetta solo nel 1996, quando ottenne l’Oscar alla carriera. Non è importante vincere un piccolo omino d’oro, quando l’intera vita è dedicata alla recitazione e la propria filmografia non entra in una pagina web, perché troppo lunga, fitta, piena. In un mondo di quarantenni che cambiano baby fidanzate come fossero mutande – che comunque beati loro, chi Dio o chi per lui li benedica, non siamo una testata bigotta e ci distacchiamo con forza e determinazione dai boomer scalmanati – Kirk Douglas ha amato con passione, dedizione e costanza sua moglie Anne Buydens, a mesi centounenne. Kirk ed Anne si erano sposati in seconde nozze nel 1954, insomma, l’amore ben vissuto dona vita, la allunga, quasi rende immortali. Almeno, questo è ciò che la meravigliosa coppia Douglas ci ha portato a credere – a sperare – fino a qualche ora fa. Poco importa che non possa essere così, che sia solo una illusione momentanea e passeggera e la vita debba poi essere se stessa, ma anche l’incanto fuggente, volatile, d’un attimo, è magia. La medesima magia che ci fa empatizzare, credere, essere parte dell’azione proiettata su schermo mentre sediamo su una poltrona in una sala buia, in compagnia eppur soli: la medesima magia del cinema, l’incantesimo dei suoi attori.

In questo, nel reiterarsi, nella possibilità di essere riguardato all’infinito, per sempre, risiede l’immortalità dell’attore e della sua performance, perché è lì, precisamente in quel glitch temporale che sarà sempre vivo, sano, in movimento. Action.

 

Sveva Di Palma