Innuendo dei Queen: quando la malattia trionfa in capolavoro

Era il 18 febbraio 1990. I Queen ricevevano il Brit Award al Dominion Theater di Londra quando Freddie Mercury si mostra al pubblico per l’ultima volta, sancendo la fine – o l’inizio – di tutto.

Ormai da mesi si vociferava sullo stato di salute di uno dei cantanti più acclamati della storia del rock. Quel giorno la band fu invitata sul palco per ritirare un premio alla carriera e quello fu l’evento che scatenò la curiosità della stampa e la collera dei fan ormai sicuri che la stella che tanto aveva lottato per stare aggrappata a quel cielo, stava per spegnersi. Fu l’occasione per aumentare i rumors, i pettegolezzi – e perché no? – inventare storie sulla salute del cantante, ormai malato di un HIV travestitosi dal mostro dell’AIDS.

Fu questo il periodo più unito della band, un periodo fatto di apprensioni e abbracci interminabili, prove in studio energiche e piene di vita che lasciavano ormai alle spalle i lontani anni burrascosi e non facili in cui Freddie, abbagliato da droghe, alcool e sesso, comprometteva la solidità del gruppo. I colleghi, nonché avventurieri di vita, continuavano a smentire la sua malattia soprattutto Roger Taylor, che insisteva a dire ai giornalisti che Mercury era in salute e al lavoro.

Ascoltare un album come Innuendo significa fare i conti con le reali emozioni e sofferenze provocate da una malattia che sempre di più si insinua nel corpo e non ti dà scampo. Significa guardare in faccia la realtà, accettarla e non smettere mai di pensare che la tua vita è stata meravigliosa fin qui. Freddie non si lamentava mai – una vera queen non lo fa – ma era sempre in cerca di nuovi stimoli anche nei giorni in cui il suo corpo ormai stanco, non reggeva più alcun movimento, continuava a ripetere «Scrivetemi qualcosa, so che non ho ancora molto tempo. Datemi cose da cantare, canterò e canterò. Poi quando non ci sarò più fatene quello che volete, finite come preferite». Era come se, peggiorando, avesse sempre di più il bisogno di cantare, di suonare, di stare in gruppo. Si presentava in studio ogni volta che poteva e provava, provava, provava fino a spremersi per l’ultima goccia di sudore. Innuendo è stato infatti acclamato e apprezzato come uno degli album migliori della storia del rock e considerato un vero testamento per i Queen ma soprattutto per Freddie Mercury, che dopo il clamoroso successo continuava a pressare la band per continuare a produrre seppure in pessime condizioni.

Innuendo esce il 5 febbraio 1991, circa dieci mesi prima della morte di Freddie e si apre con la title-track di sei minuti e mezzo, mai eseguita dal vivo con la band al completo, che in molti hanno considerato la Bohemian Rhapsody II. È qui che viene fuori tutto il suo carisma, la magia delle sue parole e la volontà di vivere ogni giorno con grinta e tenacia:

 

You can be anything you want to be / Puoi essere tutto quello che vuoi

 

Just turn yourself into anything you think that you could ever be / trasforma te stesso in qualsiasi cosa pensi che tu possa mai essere

 

Be free with your tempo, be free, be free / Sii libero col tuo ritmo, sii libero, sii libero

 

If there’s a God or any kind of justice under the sky  / Se c’è un Dio o qualunque tipo di giustizia sotto il cielo

 

If there’s a point, if there’s a reason to live or die / Se c’è un motivo, se c’è una ragione per vivere o morire

 

If there’s an answer to the questions we feel bound to ask / Se c’è una risposta alle domande che ci sentiamo obbligati a chiedere

 

Show yourself destroy our fears, release your mask / Mostra te stesso distruggi le nostre paure, fai cadere la tua maschera

 

Ooh, yes, we’ll keep on tryin’ / Oh sì non continueremo a provarci

 

And whatever will be – will be! / E qualunque cosa sarà, sarà!

 

Keep on tryin’ / Continuando a provare

 

Just keep on tryin’ / Solo continuando a provare

 

Menzione importante anche per These Are the Days of Our Lives, probabilmente il singolo più significativo dell’intero album, scritto da Roger Taylor e pensato inizialmente per la sua famiglia ma che presto, attraverso il commovente videoclip, Freddie fa suo come canzone d’addio.

https://www.youtube.com/watch?v=oB4K0scMysc

Visibilmente malato e testardo qual era, Freddie volle girare a tutti i costi il videoclip impegnandosi in ore di trucco per mascherare al meglio la malattia, motivo per cui si scelse di farlo uscire in bianco e nero. Video che verrà pubblicato solo quattro mesi dopo la sua morte per evitare che il pubblico avesse la conferma della sua malattia. Tutta la scena è ferma, immobile, Mercury non fa un solo passo se non piccoli movimenti con le braccia, impossibilitato a divertirsi come suo solito per poi, alla fine, congedarsi in uno sguardo intenso e commovente. La canzone termina con un “I still love you” con cui Bulsara abbandona la scena e silenziosamente dice addio.

Intramontabile anche la famosissima The Show Must Go On erroneamente associata a Freddie Mercury ma scritta invece da Brian May. Quando infatti fu realizzata una prima demo, lo stesso era dubbioso che Mercury potesse intonare nel migliore dei modi i falsetti presenti nel pezzo e decise perciò di eliminarli. Ma Freddie non ebbe alcun dubbio o esitazione e decise di realizzare quello che poi sarebbe diventato un must della musica rock. Anche se non è mai stato detto esplicitamente, la canzone tratta il periodo difficile della band e il suo leader e propone il modo migliore per affrontare un evento così tragico: andare avanti.  Il desiderio frenetico e famelico di continuare a dirigere lo show nonostante il dolore.

 

The show must go on! / Lo spettacolo deve continuare!

 

Inside my heart is breaking / Dentro il mio cuore si spezza

 

My make-up may be flaking / Il mio trucco forse si scioglie

 

But my smile still stays on / Ma il mio sorriso rimane ancora

 

Un addio, felice e fiero come a dire “Signori, questa è l’ultima!”.

Impossibile non fare proprio quest’album, impossibile non sentirlo scorrere nelle vene.

E se è vero che c’è vita dopo la morte, Freddie Mercury starà cantando su una stella col suo giubbotto giallo e l’immancabile bicchiere di vodka, al fianco di David Bowie.

Ma questa è un’altra storia.

 

Scopri di più https://www.latestatamagazine.it/2019/12/10/sono-cosi-felice-che-vi-prego-dont-stop-me-now/

Serena Palmese

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